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Il meccanismo dell’apprendimento, di Gabriele Rossi e Antonella Canonico
Filosofia - Immortalismo

Il quinto capitolo di Semi-Immortalità.


Qutasa marigo samati velanozi ubet pirano. Co silagi limanisi anival zuramasita, dimoreta olimat felidi, gesifa menori. Bibasi? Nemaniri, nemaniri obaram tamasi.


Chiaro no? Provate a rileggere il paragrafo precedente ad alta voce (magari senza troppe persone vicino...). Che sensazione vi provoca? Nessuna, proprio nessuna? Allora siete persone semplici. Vi provoca una qualche sensazione un po’ indefinita di rispetto e vi riporta a qualche atmosfera rituale? Allora, anche se non lo sapevate, avete il privilegio di discendere direttamente dagli abitanti di Atlantide. Non ne siete convinti? Ecco altre prove. Rileggetelo ancora dentro voi stessi e concentratevi sulle parole che evocano maggiori sensazioni. Possibile che parole senza alcun significato siano in grado di provocare emozioni? “Nemaniri, nemaniri obaram tamasi”, ragazzi... Il significato ad alcuni di voi potrà ancora sfuggire ma quasi tutti avete la netta sensazione che significhi qualcosa. A condizione, naturalmente, che dentro di voi esistano i geni dei nostri progenitori atlantidei.

 

Aiutiamo quelli che ancora non riescono a capirla e proviamo a fare delle ipotesi sul contesto della frase. Non dovrebbe essere una dichiarazione di amore e neanche, ad esempio, l’inventario di un negozio. Potrebbe attenere ad una invocazione all’interno di un rito religioso. O forse le parole finali di un giudizio di condanna per un grave comportamento. Ha in sé qualcosa di definitivo, qualcosa che condizionerà gli anni futuri. Questa almeno è l’opinione della maggior parte delle persone quando cerca di interpretare il significato del paragrafo. Che ovviamente non significa nulla.

Smaltiamo rapidamente la delusione rispetto alle nostre origini atlantidee ed esaminiamo il percorso della nostra mente dall’inizio del capitolo a questo punto: poche righe, non più di un paio di minuti di tempo. Incontriamo un paragrafo composto da parole che non appartengono ad una lingua che conosciamo. La regolarità delle espressioni e la composizione delle parole attirano però, più o meno consciamente, la nostra attenzione e rendono plausibile l’esistenza di significati sottostanti. Sono tutte parole bisillabe formate da una consonante ed una vocale (o da una vocale ed una consonante). Impossibile sia casuale: la nostra mente si aspetta che ci sia un altro sistema intelligente dietro quel paragrafo. Ora ovviamente sapete che la frase è stata costruita appositamente per generare ambiguità, ma ciò non toglie che ci siano indubbiamente delle regolarità nella sua costruzione. Possiamo davvero escludere che in qualche lingua dell’universo, passata o futura, non significhi qualcosa? Se ricevessimo un messaggio di questo genere dallo spazio, la maggior parte di noi reputerebbe degna di essere esaminata la possibilità che fosse stato emesso da qualche forma di vita extraterrestre.

Nella maggior parte delle persone quel paragrafo “letto ad alta voce nella propria mente” genera delle emozioni. E nelle persone dotate di una componente analogica molto sviluppata le emozioni posso anche essere intense. In prima battuta, facciamo fatica ad accettare che una frase di cui non capiamo il significato possa innescare delle emozioni. Quindi la nostra componente logica sente il bisogno di capirne il motivo. Viene suggerita una ipotesi bizzarra, quella delle origini atlantidee. Attenzione: in nessuna parte è scritto che la frase è scritta nella lingua di Atlantide. È solo scritto che se qualcuno prova un qualsiasi tipo di emozione leggendo quella frase allora “ha il privilegio di discendere direttamente dagli abitanti di Atlantide”. Il bello è che rileggendo molte volte il paragrafo e soffermandoci in particolare sull’ultima frase, “Nemaniri, nemaniri obaram tamasi”, non è impossibile ipotizzare che significhi realmente qualcosa e che, magari, sia proprio scritta nella lingua di Atlantide. Chiaramente, le nostre personali convinzioni sulla esistenza di Atlantide avranno condizionato pesantemente il percorso della nostra mente. Ad alcuni sarà subito venuto il dubbio di trovarsi all’interno di una scenografia costruita ad hoc. Altri invece avranno dovuto aspettare l’ultima frase per esserne certi. Un numero ristretto, ma non pari a zero, reputerà infine possibile che il paragrafo abbia davvero un preciso significato e che sia un messaggio in codice per una ristretta cerchia di illuminati. Chissà poi chi, alla fine, ha davvero ragione …

 

Concludiamo il nostro percorso di analisi esaminando i vari significati attribuibili al paragrafo. È interessante osservare che la maggior parte delle persone scarta l’ipotesi del messaggio d’amore o di uno scritto legato ad attività economiche o quotidiane. Molti convergono sull’ipotesi di un rito o di un giudizio. Ma la percezione temporale innescata è forse l’elemento più interessante: un numero significativo di persone la proiettano in un “qualcosa di definitivo” o che comunque “condizionerà gli anni futuri”. Se pensiamo che il paragrafo non vuol dire nulla è un bel risultato!

 

5.1 La “magia”

 

Quale è la “magia” che consente ad una persona di capire quello che legge, di riconoscere una persona per strada o di ritornare a casa la sera? La base su cui poggeremo le nostre riflessioni è la convinzione che le nostre attività di comprensione funzionino tutte allo stesso modo, indipendentemente dall’organo sensoriale coinvolto. Quindi il riconoscere un oggetto, piuttosto che la voce di una persona, il gusto di una pietanza o il significato di una frase seguono tutti lo stesso percorso. Ma quale è questo percorso1?

 

Il nostro gruppo di lavoro ritiene che la comprensione sia data dall’agire contemporaneo nella nostra mente di molteplici modelli di riferimento. L’applicazione contemporanea di questi schemi porta a filtrare progressivamente il Caos fino a far emergere la Conoscenza. Iniziamo con un esempio. Semplificando un po’ il problema, esaminiamo quali sono i modelli di riferimento che sicuramente state applicando mentre leggete queste pagine. Il primo è l’alfabeto: stiamo utilizzando un insieme di segni che formano quello che viene definito “occidentale standard” (lettere maiuscole, minuscole, punteggiatura, numeri, etc…). A prima vista può sembrare una osservazione banale, ma provate a leggere un libro in cinese o in sumerico …forse così banale non è!

 

Il secondo è la lingua: stiamo scrivendo in italiano ma se ora noi stessimo writing in English you should change your reference model generando non pochi problemi di sovrapposizione, a cui però già la seconda volta vi abituereste with less problems than the first time. Una parte della nostra mente ha effettuato un cambio di schema di riferimento passando all’inglese, tornando all’italiano e passando ancora all’inglese. Un terzo modello di riferimento sicuramente applicato da tutti è la lettura della pagina di un libro. Infatti, siete abituati ad una certa dimensione dei caratteri: se ora, ad esempio, noi diminuissimo la dimensione dei caratteri e poi la riportassimo a quella normale voi per continuare a leggere dovreste cambiare schema di riferimento. Anche in questo caso le volte successive sarebbero meno faticose. Questi tre esempi fanno parte di modelli di riferimento di primo livello, cioè quelli che permettono di passare dal caos apparente (pagina scritta in cinese) ai valori (parole scritte in italiano) attraverso i segni (alfabeto occidentale standard).

 

I modelli di riferimeto sono coinvolti anche a livello di singole parole ed agiscono in tempo reale sulla nostra lettura… ad esempio la quarta parola di questo paragrafo è scritta in modo sbagliato, qualcuno se ne sarà accorto e l’avrà subito corretta nel suo significato evidente, la maggior parte l’avrà addirittura letta direttamente giusta grazie alla capacità di proiezione propria di tutti i modelli di riferimento. Salendo sempre più di livello incontriamo un altro modello di riferimento: voi state leggendo il testo all’interno di un libro divulgativo che si occupa di scienza. Diverso sarebbe se questo stesso testo venisse letto all’interno dell’ultimo numero di Topolino o se venisse letto su un vecchio papiro trovato in una grotta della riva giordana del Mar Morto. Ecco evocato un sesto modello di riferimento, sempre più vicino al concetto di significato: ciascuno di voi avrà rappresentato secondo la propria esperienza l’immagine del “vecchio papiro in una grotta della riva giordana del Mar Morto”. Qualcuno avrà visitato il Mar Morto, qualcuno avrà giocato ad un videogioco con rappresentato un vecchio papiro, qualcuno avrà visto un film in cui venivano trovate all’interno di una grotta delle indicazioni utili al prosieguo della trama. E così via … Ciascun modello di riferimento contribuisce a fornire il suo piccolo apporto alla comprensione di quello che viene letto. Alcuni modelli di riferimento sono abbastanza condivisi (alfabeto) ed altri risentono in modo importante degli aspetti soggettivi (videogioco con vecchio papiro). Più i modelli di riferimento di chi scrive sono simili a quelli di chi legge e più possiamo dire che la lettura è stata realmente compresa e c’è stato un reale passaggio di informazione e di conoscenza.

 

5.2 Dal Caos ai Segni

 

Immaginiamo di trovarci nel mezzo di una città in cui si parla una lingua sconosciuta: sentiamo dei suoni ma non riusciamo a capire nulla. Molti avranno provato questa esperienza in un paese straniero, magari durante una vacanza in una nazione araba. Per quanto possiamo sforzarci, la maggior parte di noi sentirà solo dei suoni privi di senso. Dopo qualche giorno, iniziamo però ad isolare dal contesto qualche regolarità; siamo ancora distanti dall’attribuirgli un significato, ma capiamo che è arabo e non, ad esempio, giapponese. Se ci pensiamo bene, non è affatto cosa da poco: non capiamo che cosa venga detto ma siamo in grado di identificare la lingua con una discreta affidabilità. Ci basta sentire una lingua per qualche ora e da quel momento siamo in grado di associarla quantomeno al ceppo di appartenenza. Faremo fatica a distinguere l’olandese dallo svedese, ma non lo confonderemo con il cinese. E questo senza capire assolutamente nulla di quello che viene detto. Come è possibile?

 

È la nostra mente che è programmata per far emergere le regolarità dal caos apparente, dato che l’evoluzione ci ha dotato di efficienti filtri acustici e di sofisticate specializzazioni linguistiche. Questo processo è il primo passaggio nel percorso alla base dell’apprendimento:

 

Caos => Segni => Valori => Significati => Comprensione => Conoscenza

 

Ma cosa accade con precisione in questo primo passaggio? Un qualsiasi sistema intelligente si relaziona con il mondo esterno tramite degli organi di senso. Per prima cosa il senso riceve i dati dall’ambiente e si tara indipendentemente da quello che deve cercare. Tararsi significa specializzarsi sulla variabilità e prepararsi all’emergere delle regolarità. Il primo passo è memorizzare i dati per poterli confrontare. I dati che arrivano da un senso vengono trasformati secondo una risoluzione iniziale che diventerà sempre più alta ad ogni iterazione.

 

I motivi di questa progressione probabilmente sono molteplici. La memorizzazione iniziale avviene nella area della memoria a breve termine, che certamente è maggiormente limitata di quella a lungo. Ad ogni “travaso”, quella a lungo diventa più precisa e quindi quella a breve si può occupare di perfezionare progressivamente i dettagli. Un secondo motivo potrebbe essere legato alla memorizzazione di dati relativi piuttosto che assoluti. Al primo passaggio non c’è differenza tra i due dati ma successivamente emerge lo “zero” (cioè la parte non variabile) e quindi il senso ha il filtro dello zero che applica ogni volta (memorizzando solo la parte variabile). Collegati al concetto di zero ci sono quelli di “minimo”, “massimo” e “medio”; probabilmente, da una memorizzazione di dati assoluti (necessariamente approssimata per ragioni di precisione elaborativa), si passa progressivamente ad una memorizzazione di dati relativi rispetto a modelli base di riferimento memorizzati nella memoria a lungo termine. Associare un insieme di dati ad un modello vuol dire, in un certo senso, dargli significato. La “novità” da apprendere è il dato residuo depurato di tutti i filtri applicati al dato iniziale. Vediamo il percorso in analitico.

 

L’organo di senso si tara sull’ambiente: calcola lo zero (parte non variabile), calcola i minimi ed i massimi relativi (per ciascuna dimensione), cerca di identificare i possibili segni ricercando le regolarità nelle differenze, prova diversi livelli di campionamento modificando risoluzione (nello spazio) e frequenza (nel tempo) ed alla fine sceglie quella che a parità di energia (numero totale di passaggi) è in grado di massimizzare le differenze tra i segni. Oppure, in caso di un lavoro da svolgere, sceglie il livello di campionamento che minimizza l’energia necessaria per effettuare il lavoro. Più l’organo di senso è utilizzato e più energia gli viene assegnata dal “distributore di energia” (cioè dal supervisore deputato ad assegnare i tempi di elaborazione). Più un senso è specializzato e più è in grado di evidenziare le differenze (e di migliorare la taratura). L’organo di senso si tara indipendentemente da quello che deve cercare: se deve cercare qualcosa, sceglie la frequenza di campionamento più adeguata (ma lui è tarato per la massima possibile). La realtà è sempre più definita del senso. Ad ogni iterazione la nostra mente impara sempre meglio fino al punto in cui è sufficiente un accenno di configurazione iniziale per innescare il riconoscimento del segno. Questo meccanismo è probabilmente attivo in tutti i cinque passaggi della Spirale della Conoscenza.

 

Caliamo tutto questo discorso nella pratica. L’equivalente robotico di un occhio umano è una telecamera. Esistono ovviamente differenze costruttive ma i principi base sono molto simili. Da qualche parte, in un’area della memoria a breve termine (“neuronale” nel caso dell’uomo e “elettronica” nel caso di un robot), è rappresentata una immagine ad una certa risoluzione. Lo scorrere delle immagini è regolato da una certa frequenza di aggiornamento. Sappiamo che nell’uomo l’immagine è bidimensionale e quindi possiamo rappresentarla con una matrice a due dimensioni. Ad esempio in una matrice 10000x10000 avremo cento milioni di elementi, ciascuno caratterizzato da uno specifico colore. Supponiamo che il nostro occhio sia in grado di distinguere un milione di colori diversi e supponiamo che la matrice sia aggiornabile 30 volte in un secondo. Questa è una ipotesi di stima dei dati potenzialmente rilevabili dal nostro occhio. Non conosciamo ancora l’unità di informazione minima con cui ragiona la mente umana ma, utilizzando il bit come unità di informazione base, possiamo ipotizzare che dal nostro occhio potrebbero arrivare al nostro cervello circa cento miliardi di bit al secondo. Gli occhi sono due, poi abbiamo le orecchie, il naso, la pelle, la lingua, etc... e stiamo solo parlando delle sensazioni esterne. Naturalmente abbiamo anche tutte quelle interne (dolore, piacere, fame, sete, etc...) e quelle legate alle emozioni (paura, felicità, angoscia, curiosità, etc...).

 

Le informazioni che i nostri sensi potrebbero fornire ogni secondo alla nostra mente sono un numero davvero enorme. Ma sappiamo che la nostra mente ne esamina solo una piccola parte. Quale e quante ne considera? La risposta a questa domanda la troviamo proprio nel primo passaggio della Spirale della Conoscenza, quello che ci consente di passare dal Caos ai Segni. Ritorniamo all’occhio ed ai cento miliardi di bit di informazioni al secondo. Possiamo ragionevolmente ritenere che la nostra mente, in uno stato di attenzione normale, riduca notevolmente la risoluzione, la frequenza ed il numero di colori che è in grado di distinguere. L’occhio ha sempre un potenziale di cento miliardi di bit di informazione al secondo ma la nostra mente ne considera molti meno. Proviamo a fare delle ipotesi su quanti ne considera. Con una risoluzione a 1000x1000, 5000 colori diversi ed una verifica dell’immagine 5 volte al secondo il totale dei bit considerati diventa uguale a 25 milioni. Rispetto a 100 miliardi abbiamo un fattore di semplificazione di 1 a 4000. Limitiamoci a considerare la risoluzione: da cento milioni di caselle passiamo ad un milione. Detto in altre parole l’informazione contenuta in 100 caselle fisiche viene sintetizzata in 1 casella.

 

Può essere interessante esaminare il processo nella sua interezza. Abbiamo ipotizzato che il nostro occhio abbia una risoluzione nell’ordine di 10000x10000 (104x104). Iniziamo subito con il ricordare che la realtà ha una risoluzione molto più alta, almeno dieci miliardi di volte maggiore. Supponiamo di guardare con un solo occhio un quadro di un metro quadrato, ponendoci ad una distanza tale per cui il nostro campo visivo sia completamente occupato dalla visione del quadro. La maggior parte di noi sarebbe in difficoltà nel notare un particolare più piccolo di un millimetro (103x103). Con la vista in perfetta efficienza, un contesto favorevole (singolo punto molto contrastato su colore uniforme) ed un adeguato allenamento, diciamo che qualche fortunato sarebbe in grado di distinguere un particolare di un decimo di millimetro (104x104). Volendo solo considerare il livello atomico sappiamo che la risoluzione della realtà è pari a 109x109, quindi per riuscire a vedere gli atomi i nostri occhi dovrebbero avere una risoluzione centomila volte maggiore. Se volessimo poi riuscire ad osservare gli elettroni i nostri occhi dovrebbero avere una risoluzione pari a 1015x1015 dieci miliardi di volte maggiore. L’ottica del nostro occhio, per pur fantastica che sia, è in grado di percepire un livello molto approssimato della realtà che ci circonda. Tra l’altro, anche se il nostro organo di senso fosse in grado di percepire in modo più definito la realtà (ad esempio a livello cellulare, pari a 106x106) il nostro cervello non avrebbe sufficiente capacità elaborativa per trattare il dato e quindi l’occhio dovrebbe essere dotato di un’ottica in grado di ridurre il campo di visuale all’aumentare della risoluzione. Cioè dovrebbe essere dotato di zoom e non solo di messa a fuoco.

 

Riepiloghiamo. Abbiamo la realtà con un suo livello di risoluzione, che ancora non conosciamo, ma che sappiamo essere di almeno 1015x1015. In un’ottica di semi-immortalità il livello atomico (risoluzione 109x109) è quello al quale dobbiamo essere in grado di accedere: così potremo, ad esempio, vedere e manipolare direttamente il nostro DNA. Rispetto a questo livello il nostro occhio approssima di un fattore centomila, facendo diventare una dieci miliardi di caselle... decisamente un po’ troppo approssimato! Ecco perchè abbiamo creato delle macchine che ci aiutano ad accedere a tali livelli di realtà. Come dicevamo, il nostro occhio è in grado di fornire una risoluzione di 104x104 e la nostra mente, in uno stato di normale attenzione, la riduce di un fattore dieci: cento caselle diventano una. In uno stato di scarsa attenzione abbiamo una ulteriore diminuzione della risoluzione, diciamo di un altro fattore dieci. Quindi, passeggiando tranquillamente in riva al mare, assorti nei nostri pensieri, la mente elabora una quantità limitata di informazioni provenienti dai nostri occhi. L’occhio mette a disposizione una matrice 10000x10000 ma la mente la sintetizza in una 100x100: diecimila caselle diventano una. Se un qualcosa attira la nostra attenzione, avviene un aumento progressivo della risoluzione. Se scorgiamo una macchia scura sulla sabbia, ci preoccupiamo che non sia una pietra sulla quale potremmo inciampare o, peggio ancora, tagliarci. Una volta passato il pericolo, torniamo a bassa risoluzione; viceversa, in caso di dubbio, aumentiamo ancora la risoluzione per cercare di capire meglio la natura della macchia scura. Questo processo è alla base del passaggio dal Caos ai Segni.

 

Alla fine di questo primo paragrafo tecnico vorremmo fare una osservazione metodologica prima di continuare. Per essere rigorosi non dovremmo parlare di cervello ma dovremmo parlare di sistema nervoso in senso lato: infatti, parte della attività elaborativa avviene anche a livello periferico. Per comodità discorsiva però non terremo conto di questa differenza e quando ci riferiremo alla mente la interpreteremo come il risultato elaborativo non solo del cervello ma di tutto il sistema nervoso.

 

5.3 Dai Segni ai Valori

 

Continuiamo il nostro percorso dal Caos alla Conoscenza analizzando il secondo passaggio, quello che ci porterà dai Segni ai Valori. Ricordiamo la Spirale della Conoscenza, quella che secondo il nostro gruppo di lavoro è applicabile a qualsiasi sistema intelligente (umano, animale o artificiale):

 

Caos => Segni => Valori => Significati => Comprensione => Conoscenza

 

Abbiamo appena visto che il precedente passaggio è presieduto da quelli che vengono generalmente definiti organi di senso, cioè quelle unità operative appartenenti al sistema in grado di far giungere informazioni dal mondo esterno. Il passaggio successivo, quello dai Segni ai Valori, è sintetizzabile nella attività di assegnazione ad una classe, una sorta di riduzione della (potenzialmente infinita) molteplicità dell’insieme dei Segni ad un insieme utilizzabile dal sistema. Prendiamo come esempio un alfabeto. Noi siamo in grado di riconoscere molte varianti di una lettera dell’alfabeto sia come dimensione, sia come grafia

  A a L A A A A A 

La nostra mente effettua un processo di classificazione ed assegna alla “classe delle A” i segni che il nostro occhio elabora. Ma cosa accade con precisione? Nella nostra mente vengono attivati alcuni modelli di riferimento che predispongono al passaggio dai Segni ai Valori. Il modello sicuramente più importante è quello dell’ “alfabeto occidentale”. Se lo stesso segno lo trovassimo rappresentato inciso su una tavoletta di legno trovata in una foresta del Borneo, magari insieme ad altri segni del tipo

   G $ L Ñ ð

 
probabilmente rimarremmo quantomeno incerti sul passaggio dal segno al valore. Quindi il modello di riferimento “alfabeto occidentale” attivato dal contesto mi predispone le 26 possibili caselle all’interno delle quali tendenzialmente collocherò qualsiasi segno mi si preyentasse davanti. Qualsiasi è inesatto: il segno y” appena utilizzato al posto della prima “s” nella parola “presentasse” attiva automaticamente il modello di riferimento “novità”, sul quale si basa l’eventuale allargamento a 27 delle possibili caselle. Ecco che emerge l’apprendimento: in base a considerazioni statistiche e di contesto, la nostra mente valuterà se predisporsi alla ventisettesima casella o se considerare il segno yun errore. Un secondo modello di riferimento attivato è sicuramente quello del carattere. Questa pagina è scritta con certo tipo di carattere, quindi cambiare carattere in modo anomalo (dove “anomalo” significa statisticamente raro) ci provoca qualche difficoltà nel passaggio dai Segni a Valori.

È interessante notare che leggere un intero paragrafo con un carattere diverso è meno faticoso, perché non ci costringe a cambiare costantemente modello di riferimento. Arrivati a questo punto del paragrafo dovreste leggere con molta meno fatica rispetto alle prime parole, perché la nostra mente si è velocemente adattata!

Il riuscire a leggere un carattere così complesso come quello utilizzato nel precedente paragrafo è una impresa piuttosto difficile e, se ci pensiamo bene, richiede un livello di esperienza non banale. In questo esempio un altro modello di riferimento che viene sicuramente attivato e che favorisce in modo significativo il passaggio dai Segni ai Valori è quello della lingua italiana. Se ora scrivessimo la frase successiva in una lingua sconosciuta l’impresa sarebbe molto più faticosa … provare per credere. Ruyertgha poisjss ghhetrui oioipos kjdshusj laoik ksiuej fw jhsgbvxsa dfgg fgkvelk uytdes ldkid odsjare oatyzwa. Interessante vero? Ancora più interessante è il fatto che questo meccanismo è applicabile a qualsiasi cosa noi pensiamo o facciamo. La Spirale della Conoscenza è basata su una continua applicazione di modelli di riferimento attivati automaticamente da stimoli che raggiungono i nostri sensi (esterni o interni). Da un punto di vista computazionale il passaggio dai Segni ai Valori presuppone l’utilizzo di tutti gli operatori del passaggio precedente (memorizzazione, confronto e misura) ed in più alcuni altri operatori fondamentali come l’operatore “trasformata” e l’operatore “assegnazione ad una classe”.

 

Ci spostiamo dalla nostra rilassante passeggiata sulla riva del mare e ci incamminiamo nella foresta ai margini della spiaggia. Percorriamo il sentiero in mezzo ad alberi ed arbusti. È un trionfo di verde in tutte le sue possibili gradazioni. Ad un certo punto, la nostra attenzione è attratta da alcuni puntini rossi posti a pochi centimetri da terra. Ci aspettiamo siano dei frutti ma non siamo in grado di distinguerli e quindi ci avviciniamo. Saranno ottimi lamponi pronti per essere mangiati o more troppo acerbe? O magari bacche velenose? La nostra mente in base ai segnali che riceve dai nostri occhi inizia ad esaminare le varie ipotesi. La superficie del frutto è liscia o granulare? I frutti sono posti al termine di piccole pianticelle o sono collocati su arbusti dotati di spine? Ci accorgiamo che su un lato ci sono rovi abbastanza alti pieni di frutti, alcuni rossi, altri neri ed altri un po’ neri ed un po’ rossi. Appartengono quasi sicuramente al genere di frutto che conosciamo come mora. Tralasciamo quelle rosse che avevano attirato la nostra attenzione ma cogliamo quelle nere, pronte per essere gustate. Buonissime. Siamo passati dai Segni ai Valori.

 

5.4 Dai Valori ai Significati

 

Ora continuiamo il nostro percorso dal Caos alla Conoscenza analizzando il passaggio successivo, quello che ci porta dai Valori ai Significati:

 

Caos => Segni => Valori => Significati => Comprensione => Conoscenza

 

Il passaggio dai Valori ai Significati è in questo momento storico il più importante in assoluto. La sua esatta identificazione (e quindi riproduzione) rappresenterà un salto qualitativo non solo nel campo della intelligenza artificiale e del software, ma anche in filosofia, in psicologia e probabilmente anche nel senso comune e nella vita quotidiana. Da un punto di vista tecnologico i primi due passaggi, quelli dal Caos ai Segni e dai Segni ai Valori, stanno permettendo lo sviluppo di organi sensoriali artificiali particolarmente efficienti. Le università ed i laboratori di ricerca sono molto attivi, spesso con grande successo, nel campo del riconoscimento visivo, acustico, tattile ed olfattivo. Microtelecamere che riconoscono i volti, scanner che traducono in testo una pagina fotocopiata, sistemi telefonici che riconoscono le parole, sistemi di dettatura automatica, sistemi di analisi chimica ambientale sui livelli di inquinamento. Il limite attuale di queste tecnologie è che i sistemi non sanno attribuire reale significato a quello che “vedono” o “sentono”. La pagina scannerizzata non viene convertita perfettamente in testo perché il software non ha nessuna idea di quello che legge. I sistemi di dettatura automatica spesso commettono errori di trascrizione che un uomo (pur sordo o analfabeta che sia) difficilmente commetterebbe. In questo momento possiamo dire, semplificando, che la miglior tecnologia attuale è in grado di produrre sistemi affidabili al 90%. Ed è proprio in quel 10% mancante che oggi è racchiusa la differenza tra un uomo ed una macchina.

 

Nella nostra esposizione non abbiamo ancora volutamente utilizzato la parola “capire” perché la comprensione è un passaggio successivo e contiene in sé il concetto di deduzione. In questo terzo passaggio il termine giusto è proprio “attribuire significato”. Non siamo ancora alla comprensione vera, ma solo alla rappresentazione. “Attribuire significato” vuol dire che esiste uno spazio interno al sistema in cui è rappresentato un modello del mondo esterno reale. E vuol dire anche che il sistema è in grado di attribuire una qualche corrispondenza tra quello che i suoi sensi percepiscono e gli elementi astratti con cui è costituito il modello. Lo studio della natura di questo modello innesca immediatamente due interessanti domande. Può questo modello svilupparsi in modo autonomo o deve necessariamente essere inserito, almeno nelle sue componenti base, da un sistema esterno al momento della nascita? Per l’esistenza di tale modello è indispensabile la presenza di più organi di senso?

 

Se ipotizziamo la presenza di un modello di rappresentazione della realtà inserito da qualcosa (o da “Qualcuno”) esterno al sistema stesso allora possiamo tralasciare la questione della presenza o meno di più organi di senso. Viceversa se ipotizziamo una sorta di sviluppo autonomo allora ci aspettiamo che sia necessaria la presenza di due o più organi di senso diversi i quali contribuiscono in modo indipendente alla formazione del modello. Ne discende che maggiore è il numero degli organi di senso di cui siamo dotati e più complessa e precisa sarà la nostra rappresentazione della realtà. Nessuno in questo momento possiede la risposta certa a queste domande. Quello che possiamo dire basandoci sulle nostre ricerche è che riteniamo probabile che la presenza di più organi di senso permetta comunque uno sviluppo più efficiente del sistema. I sistemi monosensoriali non riusciamo a farli progredire in modo significativo oltre la famosa soglia del 90%, poichè bisogna sempre “alimentarli” faticosamente dall’esterno. Viceversa appena consideriamo un secondo senso che agisce sulla stessa realtà le prestazioni migliorano drasticamente.

 

Ci siamo fatti la nostra bella passeggiata in riva al mare e ci siamo appena gustati una dozzina di more mature al punto giusto. Da quanto tempo non ci godevamo una giornata così rilassata ed assaporavamo un gusto così intenso? Una giornata davvero positiva. Proseguendo il nostro cammino sul sentiero in mezzo al bosco ci imbattiamo in uno spiazzo con al centro un piccolo lago alimentato da un ruscello; l’acqua sembra fresca e dissetante. Ci avviciniamo per rinfrescarci e per bere un sorso d’acqua. Improvvisamente vediamo uscire dagli arbusti che circondano il lago alcuni animali che scappano impauriti e che corrono a tutta velocità verso di noi. Qualcosa deve averli spaventati. Per sicurezza ci appostiamo dietro un folto gruppo di alberi, pronti a nostra volta a fuggire. Istintivamente identifichiamo anche un albero vicino a noi che potrebbe essere facilmente utilizzato come rifugio temporaneo. Di cosa avranno paura gli animali che stanno fuggendo? In lontananza ecco che scorgiamo un piccolo gruppo di cani ringhianti. Meglio stare alla larga ed aspettare che passino ed inseguano qualcun altro. Dai Valori siamo passati ai Significati. Quante volte in passato il passare dai Valori ai Significati ci ha salvato la vita? Probabilmente in questo caso i cani ci avrebbero ignorato o ci saremmo comunque potuti difendere agevolmente ma, come si suol dire, è meglio prevenire che curare.

 

5.5 Dai Significati alla Comprensione

 

Allontanati i cani possiamo tornare al nostro ruscello e finalmente riuscire a rinfrescarci. Ci è proprio venuta sete. Avvicinandoci all’acqua notiamo degli scheletri di animali in prossimità delle sponde del lago. Cosa ci fanno così tanti scheletri in così poco spazio? E perchè sono tutti così vicini all’acqua? Dovrebbe essere il contrario: un animale muore perchè ha sete, non perchè beve. A meno che... A questo punto quanti di voi berrebbero l’acqua del lago con così tante carcasse di animali nelle vicinanze? Noi scimpanzè non abbiamo mai visto film western dove le pozze d’acqua sono avvelenate dal cattivo di turno, però, pur essendo meno intelligenti di voi umani, non siamo completamente stupidi...

 

Passare dal Caos ai Valori, attraverso i Segni, è una attività tutto sommato alla portata di molti sistemi intelligenti, artificiali o naturali. Possiamo oramai reputarlo patrimonio acquisito della scienza informatica e della psicologia cognitiva. E, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, in questo periodo i ricercatori sono fondamentalmente impegnati nella analisi del passaggio dai Valori ai Significati. Riepilogando, possiamo dire che gli organi di senso consentono l’emergere dei Segni, i processi di classificazione consentono l’emergere dei Valori e la modellazione della realtà esterna consente l’emergere dei Significati. Esaminiamo ora il passo successivo, quello che ci porta dai Significati alla Comprensione, un bel salto in termini di intelligenza di un sistema.

 

Caos => Segni => Valori => Significati => Comprensione => Conoscenza

 

Come spesso accade, prima di aver capito un meccanismo, gli scienziati ed i filosofi amano perdersi in lunghe dispute sulla effettiva possibilità di arrivare o meno a determinati traguardi. E mentre molti “dimostrano” che non sarà mai possibile raggiungerli, alcuni li raggiungono. Cosa vuole dire “comprendere”?

 

Ricordiamo che “attribuire significato” non vuol dire ancora “comprendere”. “Attribuire significato” è fondamentalmente un processo di accoppiamento tra un valore misurato e percepito dai sensi ed un modello simbolico di rappresentazione della realtà, un processo che nulla ci dice intorno al funzionamento della realtà stessa. “Comprendere” significa dedurre e prevedere il funzionamento della realtà tramite il nostro modello di rappresentazione. Se vediamo una palla scagliata contro una finestra, ci aspettiamo che il vetro si rompa; se diciamo ad una persona che ha vinto il primo premio di una lotteria, ci aspettiamo che in qualche modo reagisca; allo stesso modo, se stiamo attraversando un incrocio e vediamo una automobile sopraggiungere a forte velocità, prenderemo delle precauzioni; se un collega di lavoro ci invita a cena, inizieremo a dedurre possibili scenari a cui vorremo o meno avvicinarci. Vediamo come nasce il meccanismo di comprensione.

 

Un sistema può reagire “punto a punto” rispetto ad uno stimolo: camminando per strada, vediamo un oggetto che ci piace, lo prendiamo. Supponiamo ora che l’oggetto sia all’interno di una gioielleria. Una reazione basata solo sul Significato ci porterebbe a prendere l’oggetto e basta: entreremmo nel negozio, lo prenderemmo e ce ne andremmo. Il proprietario, ovviamente, ci inseguirebbe e cercherebbe di bloccarci (seguendo il suo modello di reazione “punto a punto”, probabilmente facendo ricorso alla violenza). A nostra volta reagiremmo sempre spinti dai nostri modelli di comportamento elementari. Il prevedere la reazione degli altri è quindi un primo passo verso la Comprensione: ci porterà a mimetizzarci, ad allenarci per essere più forti, a minimizzare i rischi operando di notte ed in gruppo. Ma saliamo ancora di livello. Il negoziante ha una famiglia, dei figli, ha comprato quell’oggetto che ora cerca di rivendere lavorando e rischiando: anche se il negozio fosse completamente sguarnito e ci fosse la certezza di non correre rischi, la maggior parte delle persone che conosciamo comunque non si approprierebbe dell’oggetto.

 

Che miracolo cognitivo è accaduto? Dove ci siamo lasciati i comportamenti basati su un processo “mi piace, lo prendo”? Quante stratificazioni successive sono occorse per arrivare ad elaborare un processo cognitivo così sofisticato? Resistiamo, momentaneamente, alla tentazione di entrare in aree filosofiche che ci porterebbero molto lontano e rimaniamo in ambito computazionale. Per poter arrivare ad elaborare un comportamento così evoluto bisogna avere un modello che esamini i modelli, un modello che sia in grado di ricavare delle regole generali dagli altri modelli e che quindi ragioni in uno spazio a sé stante, diverso da quello meramente operativo. Detto in altri termini non è sufficiente richiamare i vari modelli in modo ricorsivo, serve proprio un meta-modello. Ci stiamo avvicinando alla attività di coscienza? Forse … noi la chiamiamo computazionalmente capacità autoreferenziale.

 

Prima di affrontare l’ultimo passaggio della spirale vorremmo fare una riflessione. Quello che abbiamo visto fino a questo punto a quante forme viventi è applicabile? Che l’uomo sia in grado di passare dal Caos alla Comprensione (tramite i Segni, i Valori ed i Significati) lo riteniamo abbastanza ragionevole. A livello computazionale non è ancora tutto chiaro ma, una volta che ci siamo intesi sulla semantica delle parole, a livello operativo/funzionale è difficile trovare persone che non siano d’accordo con questa impostazione. Per lo meno a Milano, piuttosto che a New York o Parigi, per lo meno tra persone di cultura medio-alta ed al di sotto dei sessanta/settanta anni.

 

Queste stesse persone di fronte ad un elenco di forme di vita, ordinate in ordine crescente in base all’intelligenza comunemente percepita, fanno molta fatica a tracciare una linea al di sopra della quale la Spirale della Conoscenza non sia applicabile. Le scimmie ed i delfini vengono praticamente da tutti posti sopra la riga (ricordiamo che non siamo ancora alla Conoscenza e siamo ai margini della Comprensione). Quasi tutti ritengono che anche gatti, cani e cavalli funzionino secondo questo schema. La maggior parte delle persone traccia la linea nella zona compresa tra i corvi, i pipistrelli, gli squali, le rane e le api. Alcuni si spingono anche nel mondo vegetale6. E non tutti escludono dall’elenco l’ultimo gradino della catena evolutiva rappresentato dai leucociti. In effetti, se analizziamo da un punto di vista funzionale il comportamento dei globuli bianchi è difficile negare che siano in grado di passare dal Caos ai Segni e dai Segni ai Valori. Tramite i loro organi di senso (qualunque essi siano) sappiamo che sono in grado di riconoscere le cellule “nemiche”. Ma sappiamo anche che sono in grado di apprendere le caratteristiche di eventuali intrusi sconosciuti, e che quindi non sia impossibile che posseggano scritto da qualche parte un modello di riferimento del mondo esterno. E siamo arrivati ai Significati. Oggi conosciamo abbastanza bene il meccanismo con il quale, ad esempio, i linfociti acquisiscono le informazioni rispetto ad un nuovo antigene ed intraprendono la produzione dei relativi anticorpi. Conosciamo anche come questa caratteristica rimane presente nel tempo nella cellula stessa e viene trasferita nelle cellule figlie. Al momento non possiamo sapere se una cellula “capisce” in qualche modo quello che fa, ma, dal punto di vista della cellula, siamo abbastanza sicuri che possegga un modello di rappresentazione del mondo esterno e che quindi, nella nostra accezione, sia in grado di “attribuire significati”. Non ci stupiremmo eccessivamente se un domani scoprissimo che la cellula avesse anche una qualche capacità autoreferenziale gestita da qualche metamodello (ovviamente sempre dal punto di vista della cellula). Impossibile? Pensate ad alcuni batteri in grado di vivere in situazioni ambientali estreme7, con una aspettativa di vita misurabile nell’arco di centinaia, se non migliaia di anni: siamo proprio sicuri che tutto questo sia potuto avvenire senza un qualche meta-modello autoreferenziale al loro interno? La nostra opinione è che ci sia ancora molto da capire sull’argomento.

 

Lasciamo lo studio delle cellule e dei batteri ai microbiologi e torniamo alla nostra Spirale della Conoscenza ed alla sua applicabilità alle altre forme di vita presenti sulla Terra. Se non è scontatissimo a che punto i batteri si fermino (posto che si fermino) nel percorso della spirale, figuriamoci per le forme di vita evolutivamente successive. A che punto si fermeranno (posto che si fermeranno) le macchine?

 

5.6 Dalla Comprensione alla Conoscenza

 

Se passare dai Significati alla Comprensione è un bel salto in termini cognitivi, l’ultimo passaggio è “Il Passaggio” per eccellenza.

 

Caos => Segni => Valori => Significati => Comprensione => Conoscenza

 

“Conoscere” vuol dire essere in grado di arrivare alla essenza delle cose, alle leggi ultime della realtà, al suo funzionamento intrinseco. La vera Conoscenza, in fondo, è la Soluzione del Gioco. Ogni volta che qualche persona comprende una regola primaria ed universale si avvicina alla Conoscenza. Potremmo definire la Conoscenza come la comprensione completa della realtà nel suo insieme. Dal punto di vista di un sistema, la Conoscenza è un modello interno di rappresentazione completo sia della realtà esterna sia della realtà interna. Ne consegue che per raggiungere la Conoscenza il sistema deve arrivare a comprendere anche se stesso.

Dai Significati in poi possiamo solo umilmente e rispettosamente cercare di avvicinarci al funzionamento della nostra mente in base alla speranza che gli operatori dei primi passaggi siano gli stessi di quelli successivi. Similmente, stiamo scommettendo che le regole di base dell’apprendimento valgano per l’uomo come per qualsiasi altra specie vivente. Emergeranno forse problemi di complessità e di stratificazioni successive, ma non di diversità di elementi ed operatori. Infine, stiamo scommettendo sulla possibilità che la nostra mente sia fondamentalmente in grado di arrivare a comprendere se stessa, se non in modo completo almeno quanto basta per raggiungere l’obiettivo della semi-immortalità.

Per passare dai Significati alla Comprensione abbiamo visto essere indispensabile la presenza di meta-modelli, cioè di modelli di riferimento in grado di creare e modificare i modelli di livello inferiore. Ma soprattutto in grado di lavorare in uno spazio astratto, completamente simbolico, dove i “sensi” (qualsiasi cosa questo termine voglia dire ai livelli superiori della spirale) interagiscono con i Significati. In questo momento non sappiamo cosa è necessario per raggiungere la Conoscenza. In fondo un modello che agisce sui meta-modelli (un meta-metamodello) appartiene anche lui alla classe dei meta-modelli. Quindi siamo ancora nel dominio operativo della autoreferenza ricorsiva. Riteniamo serva qualcosa in più. Forse la meta-autoreferenza? Ci aspettiamo che la Soluzione sia dentro di noi da qualche parte, scritta in un linguaggio che dobbiamo ancora comprendere ma che sarà “semplice”, come è “semplice” il legame fisico tra massa ed energia e come, in fondo, è stato “semplice” comprendere meglio la realtà che ci circonda dopo aver scoperto la dimensione atomica della materia.


Vedi anche: Il Laboratorio di Ricerca sull'Immortalità, di Gabriele Rossi e Antonella Canonico. Il secondo capitolo di Semi-Immortalità.

 

Tecnofascismo? No grazie.

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