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Il progetto abolizionista, di David Pearce
Filosofia - Estropia / Transumanesimo

davidpearce

Introduzione

Questa conferenza ha come oggetto la sofferenza e il modo in cui liberarsene. Il mio pronostico è che riusciremo ad eliminare la sofferenza di tutte le creature viventi. I nostri discendenti saranno animati da gradienti di benessere geneticamente pre-programmato superiori di vari ordini di grandezza alle massime esperienze oggi possibili.

In primo luogo descriverò a grandi linee perché è tecnicamente possibile abolire i substrati biologici di qualsiasi sorta di esperienza spiacevole - la sofferenza psicologica e anche il dolore fisico. Successivamente sosterrò la tesi dell'assoluta urgenza morale del progetto abolizionista, a prescindere dall'adesione o meno a qualsiasi forma di utilitarismo etico. In terzo luogo discuterò perché una rivoluzione nelle biotecnologie porterà alla realizzazione di tali previsioni, anche se non rapidamente quanto dovrebbe.

1: PERCHÈ È TECNICAMENTE REALIZZABILE

Sfortunatamente, ciò che non abolirà la sofferenza, o almeno non da sole, sono le riforme a livello socio-economico, la crescita economica esponenziale, o il progresso tecnologico nel senso in cui li concepiamo usualmente, o una qualsiasi delle tradizionali panacee a cui si fa riferimento per risolvere i mali del mondo. Il miglioramento dell'ambiente esterno è opera ammirevole e importante, ma tale miglioramento non è in grado di ricalibrare il nostro "treadmill edonico" [1] a oltre il limite imposto dai nostri geni. Studi sui gemelli confermano che esiste un valore di stabilizzazione del benessere - o del malessere - [parzialmente] ereditabile, attorno al quale noi tutti tendiamo a oscillare nel corso della nostra vita. Detto valore varia a seconda degli individui. [È possibile abbassare il nostro set-point edonico, sottoponendoci a uno stato di stress prolungato e al di là del nostro controllo, ma anche questo aggiustamento non è semplice quanto sembra: tipicamente, la percentuale dei suicidi scende in tempo di guerra e, nei sei mesi successivi a incidenti che provocano la tetraplegia, gli studi disponibili indicano che, tipicamente, non siamo né più né meno infelici rispetto a come lo eravamo prima del verificarsi dell’incidente.] Sfortunatamente i tentativi di costruire una società ideale non riescono a superare questa soglia biologica, siano essi le utopie propagandate dalla sinistra o dalla destra, il libero mercato o un sistema socialista, un atteggiamento impostato sulla religione o sul laicismo, la tecnologia più avanzata e ultramoderna o semplicemente il limitarsi a coltivare il proprio orto. Anche se si riuscisse ad ottenere tutto quanto previsto dai sostenitori della futurologia tradizionale - l'eterna giovinezza, ricchezze materiali illimitate, la libertà morfologica, forme di superintelligenza, realtà virtuale immersiva, nanotecnologie molecolari, ecc... - non ci sono garanzie che la qualità soggettiva della nostra vita supererebbe, in media e in maniera significativa, quella dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori, o degli attuali appartenenti a una tribù della Nuova Guinea - in assenza di un arricchimento nel percorso della gratificazione. Questa tesi è difficile da dimostrare senza sistemi di indagine neurologica sofisticati, ma è corroborata da segni oggettivi di disagio psicologico, per es. il tasso dei suicidi. Gli esseri umani non-potenziati continueranno ad esser preda della gamma di emozioni darwiniane che vanno dalle sofferenze più atroci alle delusioni e frustrazioni insignificanti - tristezza, ansietà, gelosia, angoscia esistenziale. La loro biologia rientra in "ciò che significa essere esseri umani". Gli stati di coscienza soggettivamente spiacevoli esistono perché si sono dimostrati geneticamente adattivi. Nel nostro passato evolutivo ciascuna delle nostre emozioni più profonde aveva un ruolo segnaletico preciso: esse tendevano a promuovere comportamenti che aumentavano la fitness inclusiva [2] dei nostri geni nel contesto del nostro ambiente ancestrale.

Pertanto, se la manipolazione dell'ambiente a noi esterno non riuscirà mai, da sola, ad eliminare sofferenza e malessere, cosa potrebbe riuscirci, dal punto di vista tecnico?

Ecco tre situazioni ipotetiche, in ordine crescente di plausibilità sociologica:

a) il ricorso a stimolatori intracraniali (il cosiddetto wireheading o "cablaggio mentale")
b) l'uso di utopiche designer drug (droghe “d’autore”, o “progettate”)
c) l'ingegneria genetica e - elemento su cui voglio concentrare la mia attenzione - l'imminente rivoluzione riproduttiva dei designer baby.

a) Ricordiamo che il wireheading consiste nella stimolazione diretta dei centri di piacere del cervello mediante degli elettrodi ivi impiantati. L'autostimolazione intracraniale non mostra alcuna tolleranza fisiologica o soggettiva, ovvero, è gratificante esattamente allo stesso modo dopo due giorni o dopo due minuti. Il wireheading non è nocivo per il prossimo; ha un basso impatto dal punto di vista ecologico; non comporta sofferenza psicologica o dolore fisico e si può sostenere che sia molto meno lesivo per la dignità umana che avere rapporti sessuali. Certo, un "cablaggio mentale" che duri tutta la vita sembra una prospettiva accattivante soltanto ad uno sparuto gruppo di soggetti affetti da gravi forme di depressione. Ma quali sono gli elementi di carattere tecnico contrari alla sua adozione?

Ebbene, il wireheading non è una soluzione evolutivamente stabile: ci sarebbe una pressione selettiva contro una sua adozione diffusa. Il wireheading non favorisce un comportamento incline alla procreazione: i soggetti sottoposti a wireheading, siano essi esseri umani o no, non vogliono mettere al mondo discendenti cui tocchi la loro stessa sorte. Uno stato di uniforme, indifferenziata, beatitudine dovuta al ricorso al wireheading o a soluzioni ad esso equivalenti comporterebbe il termine dell'esperienza umana, quantomeno se venisse adottato a livello globale. La neurostimolazione diretta dei centri del piacere distrugge la sensibilità alle informazioni prodotte dagli stimoli ambientali. Quindi, presumendo che vogliamo essere intelligenti - e che vogliamo diventarlo ancora di più - abbiamo una scelta. Possiamo dotare i nostri agenti intelligenti [3] di una struttura motivazionale basata sui gradienti di malessere caratteristici dei soggetti che oggi soffrono di depressione cronica. Oppure, possiamo dotarli del nostro tipico insieme di piaceri e dolori. O, in alternativa, potremmo avere un'economia informazionale della mente fondata interamente su gradienti [adattivi] di beatitudine cerebrale - la tesi che andrò a sostenere.

In realtà, questo rigetto del wireheading potrebbe essere troppo affrettato. Nel lontano futuro, non si può escludere che affideremo qualsiasi cosa risulti spiacevole od ordinaria a supercomputer inorganici, protesi e robot, mentre noi godremo di uno stato di beatitudine orgasmica costante. O, se non di uno stato di beatitudine orgasmica, forse di un altro stato ideale che semplicemente non potrebbe essere ulteriormente migliorato. Ma qui siamo nel campo delle mere ipotesi. Qualsiasi sia il nostro punto di arrivo, ritengo sarebbe più prudente mirare sia alla superfelicità che alla superintelligenza - almeno fino a quando comprenderemo completamente le implicazioni di ciò che stiamo facendo. Non c'è un'urgenza morale ad elevare al massimo lo stato di superfelicità, paragonabile a quella di abolire la sofferenza.

[Vale la pena considerare che l'opzione “di scarico” appena menzionata presume che computer inorganici, protesi e robot non provino - o almeno non necessitino di provare - dolore fenomenico e soggettivo, anche se la loro architettura funzionale consente loro di evitare e reagire agli stimoli nocivi. Questa assenza di sofferenza inorganica è relativamente non controversa nel caso dei computer esistenti - spegnere il proprio PC è privo di implicazioni etiche e un robot fatto di silicio può essere programmato in modo di evitare il contatto con gli acidi corrosivi senza provare sofferenza se danneggiato. È discutibile se un qualsiasi sistema informatico, dotato della classica architettura di von Neumann, sarà mai cosciente in maniera interessante. Personalmente sono scettico, ad ogni modo ciò non ha ripercussioni sull'opzione “di scarico”, a meno che non si voglia sostenere che la consistenza soggettiva della sofferenza è funzionalmente essenziale per qualsiasi sistema capace di evitare degli stimoli dannosi.]

b) La seconda opzione tecnica per sradicare la sofferenza è il ricorso a designer drug di concezione futuristica. Sarà razionalmente possibile, in un'epoca in cui è diffuso un concetto avanzato di medicina post-genomica, creare degli stupefacenti in grado di generare piacere davvero ideali, che producano una sensazione di benessere che duri tutta la vita, abbiano elevati risultati dal punto di vista intellettivo e siano privi di effetti collaterali inaccettabili? La frase "droghe in grado di generare piaceri ideali" in questo caso è solo una abbreviazione. Detti stupefacenti in linea di principio possono avere effetti sul benessere cerebrale, empatetico, estetico e forse spirituale e non soltanto sul piacere edonistico nel consueto senso unidimensionale e amorale.

In questa sede non stiamo parlando di euforizzanti a scopo ricreativo, che si limitino ad attivare i meccanismi di retroazione (feedback) negativo del cervello e nemmeno del vacuo appagamento oppiaceo descritto nel libro "Il mondo nuovo", non parliamo neppure di medicinali che causano in uno stato di mania euforica, con l'eccitazione incontrollata, la perdita di introspezione critica, le manie di grandezza e i voli pindarici che ne derivano. Saremo in grado di sviluppare dei veri stupefacenti miracolosi che creino un sublime stato di benessere su basi sostenibili, ricalibrando il “treadmill edonico” in modo da assicurare a chiunque una sublime qualità di vita?

Molte persone retrocedono inorridite di fronte alla parola "stupefacenti" - è una reazione comprensibile, considerando gli effetti nocivi dell’abuso di sostanze illecite e dei loro equivalenti medici. Eppure nella nostra società è normale che persino studiosi e intellettuali assumano una droga che è il prototipo stesso dell'ottundimento: l'alcol etilico. Se è socialmente accettabile assumere una droga che rende l'individuo temporaneamente felice e stupido, allora perché non progettare razionalmente degli stupefacenti che rendano la gente durevolmente più felice e più intelligente? Presumibilmente, allo scopo di limitarne il potenziale di abuso, si vorrebbe che la sostanza ideale fosse simile - da un solo e limitato, ma importante, punto di vista - alla nicotina, di cui il cervello del fumatore calibra in modo estremamente preciso il livello ottimale: non si assiste a fenomeni di overdose incontrollata.

Ovviamente esistono molte insidie nelle soluzioni fondate sul ricorso a droghe. Ritengo che, da un punto di vista tecnico, queste insidie possano essere superate, anche se non cercherò di dimostrare come in questa sede. Esiste però un problema più serio. Se non ci fosse qualcosa di fondamentalmente sbagliato - o almeno di fondamentalmente inadeguato - nel nostro stato naturale di coscienza, che ci è stato trasmesso per via evolutiva, non saremmo così desiderosi di cambiarlo. Anche quando non è spiacevole, il livello di consapevolezza quotidiana è mediocre, se paragonato con ciò che definiamo esperienza ottimale. La normale consapevolezza quotidiana è stata presumibilmente di tipo adattivo nel senso che ha aiutato i nostri geni a lasciare più copie di sé nella savana africana, ma ci si chiede: perché mantenere indefinitamente ciò come nostro stato predefinito? Perché non trasformare la natura umana letteralmente riparando il nostro codice genetico?

Come ripeto, questo rigetto delle soluzioni farmacologiche potrebbe essere avventato. Molto probabilmente delle utopiche designer drug potrebbero essere utili per un controllo in profondità e prontamente invertibile dello stato di coscienza e personalmente ritengo che le droghe d'autore saranno uno strumento indispensabile per esplorare i più diversi tipi di mente cosciente. Ma non sarebbe meglio se nascessimo tutti con la predisposizione genetica ad uno stato di supersalute psicologica, piuttosto che con il bisogno di un'automedicazione cronica? Neanche i più appassionati abolizionisti propongono di somministrare cocktail di farmaci a tutti i bambini sin dalla nascita e di continuare ad assumere tali cocktail per il resto delle nostre esistenze.

c) Quindi, terza possibilità, esistono delle soluzioni di carattere genetico, che comprendono sia terapie somatiche sia terapie riguardanti le cellule germinali.

Contestualmente bisogna ricordare che oggigiorno una minoranza di persone soffre in modo cronico di depressione o di distimia, quantunque con intensità variabile. Studi condotti su gemelli mono- ed eterozigoti confermano che, nel caso della depressione, esiste un alto grado di influenza genetica. Per contro, esistono persone ottimiste per temperamento. Oltre agli ottimisti, esiste una piccolissima minoranza di persone che gli psichiatri definiscono temperamenti ipertimici. I soggetti con temperamento ipertimico non sono affetti da manie e non hanno un temperamento bipolare ma, secondo i moderni criteri di valutazione, sono sempre estremamente felici, sebbene a volte risultino più felici rispetto ad altre. Le persone con un comportamento ipertimico reagiscono "adeguatamente" e adattandosi al proprio ambiente. Sono per natura energiche, produttive e creative. Anche quando sono in uno stato di gioia completa, questi soggetti non ne sono "storditi".

Cosa accadrebbe se, come società, decidessimo di divenire geneticamente ipertimici - adottando un sistema motivazionale guidato interamente da gradienti adattivi di benessere? O, più radicalmente, se, quando verrà compresa la base genetica del tono edonico, optassimo per l’aggiunta di molteplici copie di combinazioni alleliche/genetiche che favoriscano l'ipertimia e dei loro attivatori/regolatori - senza abolire l'omeostasi e il treadmill edonico, ma spostando il nostro set-point edonico a un livello notevolmente più elevato?

A questo punto si pongono tre questioni:

Innanzitutto, questa ricalibrazione genetica potrebbe sembrare sostenere un altro tipo di uniformità; vale però la pena ricordare che le persone più felici - e soprattutto i soggetti in stato iperdopaminergico - tipicamente reagiscono a una serie più vasta di stimoli potenzialmente gratificanti rispetto alle persone depresse: hanno dei comportamenti più inclini all'esplorazione. Ciò rende meno probabile il rimanere intrappolati in abitudini meno che ottimali, sia per l'individuo potenziato, che per la società postumana nel suo complesso.

In secondo luogo, un'ipertimia universale potrebbe sembrare un gigantesco esperimento e in un certo senso chiaramente lo è. Ma qualsiasi forma di riproduzione sessuale è un esperimento. Giochiamo alla roulette genetica, mescolando i nostri geni e poi lanciando il dado genetico. La maggior parte di noi trasalisce di fronte alla parola "eugenetica", ma è esattamente ciò che mettiamo in pratica, in modo rozzo e incompetente, quando scegliamo i nostri possibili partner. La differenza sta nel fatto che entro i prossimi decenni i futuri genitori saranno in grado di agire in modo progressivamente più razionale e responsabile nelle loro decisioni di carattere riproduttivo. La diagnosi pre-impianto sta per diventare una pratica consolidata, gli uteri artificiali ci libereranno dai vincoli del canale della nascita umano e una rivoluzione nel campo della medicina riproduttiva inizierà a sostituire la vecchia lotteria darwiniana. La questione non è se stia per giungere una rivoluzione in campo riproduttivo, ma piuttosto: che generi di esseri - e che generi di consapevolezza - vogliamo creare?

In terzo luogo: questa rivoluzione in campo riproduttivo sarà una prerogativa delle elite ricche dell'Occidente? Probabilmente non per molto. Fate un paragone tra il breve lasso di tempo che è passato tra l'introduzione sul mercato, per esempio, dei telefoni cellulari e la loro adozione a livello mondiale, con la discrepanza dei 50 anni trascorsi tra l'introduzione sul mercato e la diffusione a livello mondiale della radio, o con l'intervallo di 20 anni tra l'introduzione sul mercato e la penetrazione a livello mondiale della televisione. L'intervallo di tempo che passa tra l'introduzione iniziale e l'accettazione a livello mondiale delle nuove tecnologie si sta rapidamente restringendo. Ovviamente, anche i prezzi seguono questa tendenza.

Comunque, uno dei vantaggi del ricalibrare geneticamente il treadmill edonico rispetto alla sua semplice abolizione, almeno per il futuro prevedibile, è che le analogie funzionali di dolore, ansia, senso di colpa e anche depressione, possono essere mantenute senza essere accompagnate dalle sensazioni crude e sgradevoli con cui le avvertiamo oggi. Possiamo mantenere le analogie funzionali dell’insoddisfazione - che può essere definita il motore del progresso - e conservare le facoltà di discernimento e introspezione critica che mancano nei soggetti affetti da euforia maniacale. Anche se il tono edonico viene aumentato in modo cospicuo e anche se i nostri centri di piacere sono fisicamente e funzionalmente amplificati, è però ancora possibile in linea di principio conservare molto della nostra esistente architettura di preferenze. Se si preferisce Mozart a Beethoven, o la filosofia al gioco delle pulci, è ancora possibile mantenere questa graduatoria di preferenze anche se il tono edonico è stato ampiamente arricchito.

Ora, personalmente ritengo che sarebbe meglio se la nostra architettura di preferenze fosse radicalmente trasformata e se cercassimo di raggiungere [chiedo scusa per il linguaggio specialistico] una "ri-encefalizzazione dell'emozione". L'evoluzione tramite selezione naturale ci ha lasciati fortemente predisposti a creare ogni tipo di preferenze disfunzionali che danneggiano noi e gli altri a vantaggio dei nostri geni. Ricordate Genghis Khan: “La più grande felicità è sbaragliare il nemico, trascinarlo di fronte a sé, vedere le sue città ridotte in cenere, chi lo ama in lacrime e appropriarsi delle sue mogli e delle sue figlie.”

Mi si dice che il mondo accademico non è altrettanto crudele, ma persino la vita nell'ambiente universitario non è scevra di una certa brutalità raffinata, coi suoi rituali competitivi di ricerca di status e la predominanza della presenza maschile: un gioco a somma zero dove i perdenti sono molti. Troppe tra le nostre preferenze riflettono dei comportamenti malevoli e degli stati mentali che erano geneticamente adattivi all'ambiente ancestrale. Non sarebbe invece meglio se riscrivessimo il nostro codice corrotto? Mi sono concentrato, qui, sul modo di migliorare geneticamente il tono edonico. Tuttavia, la padronanza della biologia delle emozioni significa che saremo in grado, per esempio, di estendere la nostra capacità di empatia, ampliando funzionalmente i neuroni specchio e progettando un aumento prolungato del rilascio di ossitocina per incoraggiare la fiducia e la socievolezza. Parimenti, possiamo identificare le tracce molecolari, per esempio, della spiritualità, del nostro senso estetico o del nostro senso dell'umorismo e modulare e "sovraesprimere" anche il loro meccanismo psicologico. Da una prospettiva informativo-teorica, l'elemento cruciale per una reazione adattiva, flessibile e intelligente al mondo non è la nostra posizione assoluta sulla scala edonica, ma il fatto che siamo sensibili alle differenze a livello informativo. Infatti i teorici dell'informazione talvolta definiscono le informazioni semplicemente come una "differenza che fa la differenza".

Tuttavia, va nuovamente sottolineato, questa ri-encefalizzazione dell'emozione è opzionale. Tecnicamente è possibile progettare il benessere di tutti gli esseri senzienti e mantenere la maggior parte, ma non l'interezza, della nostra esistente architettura di preferenze. Le tre opzioni di carattere tecnico volte all'abolizione della sofferenza che ho presentato - il wireheading, le designer drug e l'ingegneria genetica - non si escludono reciprocamente. Sono soluzioni esaustive? Non sono a conoscenza di altre opzioni esperibili. Alcuni transumanisti ritengono che un giorno tutti noi potremo essere sottoposti ad esami con apparecchiature a scansione, che i nostri dati potranno essere digitalizzati, caricati in computer inorganici e riprogrammati. Forse io sarò scettico, ma in ogni caso questa proposta non risolve il problema della sofferenza delle forme esistenti di vita organica, a meno che non adottiamo il cosiddetto upload distruttivo - la scelta di un olocausto che non voglio nemmeno prendere in considerazione, in questa sede.

2: PERCHÈ DOVREBBE ACCADERE

Supponiamo che nei prossimi secoli acquisiremo questi quasi-divini livelli di controllo sulle nostre emozioni. Presumiamo anche che la funzione di segnalazione di un'esperienza spiacevole possa essere sostituita - sia mediante la ricalibrazione discussa sopra, sia mediante l’affidamento di ogni esperienza negativa o di routine a protesi inorganiche, impianti bionici o computer inorganici - o magari eliminando direttamente alcune esperienze negative, per esempio sentimenti come la gelosia. Perché dovremmo aderire tutti all'abolizionismo?

Se un individuo è un seguace dell'utilitarismo classico, allora l'adesione al progetto abolizionista è una conseguenza naturale: si tratta delle teorie di Bentham sommate alla biotecnologia. Non bisogna essere necessariamente dei seguaci dell'utilitarismo classico per essere sostenitori dell'abolizione della sofferenza, ma tutti i seguaci dell'utilitarismo classico dovrebbero far proprio il progetto abolizionista. Bentham era promotore di una riforma in campo sociale e legislativo, tesi lodevole nel suo ambito, ma operava prima dell'avvento dell'era della biotecnologia e della medicina genetica.

Aderiranno al progetto abolizionista anche i buddisti scientificamente illuminati. La religione buddista è l'unica tra le religioni presenti al mondo a concentrarsi sulla supremazia della sofferenza tra le creature viventi. I buddisti potranno forse pensare che il Nobile Ottuplice Sentiero offra un percorso verso il Nirvana più sicuro rispetto all'ingegneria genetica, ma per un buddista risulta difficile affrontare una discussione di principio contro la biotecnologia se quest'ultima funziona. I buddisti si concentrano sul modo di alleviare la sofferenza attraverso la soppressione del desiderio, ma vale la pena notare che questa eliminazione è tecnicamente facoltativa e potrebbe molto probabilmente condurre a una società stagnante. Invece è possibile abolire la sofferenza e continuare ad avere tutte le forme di desiderio.

Persuadere seguaci dell'Islam e credenti di tradizione giudaico-cristiana è una sfida più complessa. Ma questi credenti sostengono - nonostante le anomalie connesse con le prove empiriche - che Allah/Dio sia dotato di compassione e misericordia infinite. Quindi, se dei semplici mortali possono concepire il benessere di tutti gli esseri senzienti, sembrerebbe blasfemo affermare che Dio è più limitato nella portata della sua benevolenza.

Molti filosofi contemporanei non aderiscono all'utilitarismo classico, non sono buddisti né teisti. Perché, per esempio, un sostenitore del pluralismo etico dovrebbe prendere seriamente in considerazione il progetto abolizionista?
In questo frangente vorrei citare le parole di Shakespeare come riferimento:

"Perché non è mai esistito un filosofo capace di sopportare con pazienza il mal di denti"
[Molto rumore per nulla, scena quinta, atto primo (è Leonato a parlare)]

Quando si è colpiti da un dolore fisico straziante, si rimane sempre scioccati di quanto spaventoso possa essere.
È una tentazione supporre che il dolore meramente "psicologico" - la solitudine, il rigetto, l'angoscia esistenziale, l'afflizione, l'ansia, la depressione - non possa essere atroce quanto il dolore fisico portato ai livelli estremi, eppure il motivo per cui più di 800.000 persone al mondo si tolgono la vita ogni anno è principalmente la sofferenza psicologica. Ciò non significa che altre cose - le più somme forme di arte, l'amicizia, la giustizia sociale, un certo qual senso dell'umorismo, la ricerca dell'eccellenza nel carattere, la cultura accademica, ecc. - non abbiano valore, ma piuttosto che quando un acuto dolore fisico o psicologico invade la propria vita o quella di una persona amata riconosciamo che questo dolore intenso ha immediate priorità ed urgenza. Se si è tormentati dal dolore dopo essersi chiusi una mano nella porta, si liquiderà senza troppi complimenti chi cercherà di farci ricordare le cose più belle che possono esserci nella vita. Se si è sconvolti per una relazione sentimentale infelice non si desidererà che ci si rammenti in maniera priva di tatto come è bella la giornata fuori.

Certo, finché persistono, un dolore o una sofferenza psicologica estremi hanno un'urgenza e una priorità che nella vita di una persona hanno la precedenza sul resto dei suoi progetti, e con ciò? Quando passa la sventura perché non si torna semplicemente alla propria vita com’era prima?
La scienza ambisce a "una visione dal nulla", un'astratta visione super partes, come divina. La fisica ci dice che non esiste un "qui e ora" privilegiato rispetto ad altri, sono tutti ugualmente reali. La scienza e la tecnologia tra breve ci forniranno dei poteri “divini” su tutte le creature viventi, corrispondenti a questa prospettiva di similitudine al divino. Sono del parere che, fintantoché ci sarà un qualsiasi essere senziente che vive delle sofferenze simili alle nostre, quelle sofferenze dovranno essere affrontate con le medesime priorità e urgenza che si avrebbero se si trattasse del nostro dolore o di quello di una persona cara. Con il potere arriva anche la complicità. Poteri divini comportano responsabilità analoghe a quelle divine. Pertanto, l'esistenza della sofferenza 200 anni fa, per esempio, poteva certo essere terribile, ma non appare chiaro il motivo per cui detta sofferenza possa essere ragionevolmente definita "immorale" – dato che non si poteva fare molto in proposito. Invece, grazie alla biotecnologia, ora si può o si potrà tra breve. Nei prossimi secoli, la sofferenza di qualsiasi genere diverrà una scelta.

Se non si è sostenitori delle teorie dell'utilitarismo etico classico, il beneficio di ricalibrare il treadmill edonico piuttosto che di cercare semplicemente di elevare al massimo la superfelicità è che manteine almeno un discendente riconoscibile della nostra architettura delle preferenze. La ricalibrazione del treadmill edonico può essere conformata con il proprio schema di valori. In questo modo si può accontentare anche chi segue l’“utilitarismo delle preferenze” (un nome che non mi piace). In verità, il controllo sulle emozioni significa che è possibile cercare di realizzare i propri progetti di vita in modo più efficace.

Che dire poi della presunta funzione di tempra del carattere attribuita alla sofferenza? "Ciò che non mi distrugge mi rende più forte,” sosteneva Nietzsche. Questa preoccupazione sembra fuori luogo. A parità di altre condizioni, un aumento del tono edonico rinforza la motivazione - ci rende psicologicamente più forti. Al contrario, un prolungato morale basso conduce a una sindrome di impotenza acquisita e di disperazione comportamentale.

Non ho preso esplicitamente in considerazione la figura del nichilista - il soggettivista o il sostenitore dello scetticismo etico che afferma che tutti i valori sono semplicemente questione di opinioni e che non sia possibile derivare logicamente un "si dovrebbe" da un "è".[4]

Diciamo, a scopo esemplificativo, che io stia soffrendo atrocemente perché la mia mano poggia su un ferro rovente. Quella sofferenza è fonte di motivazione intrinseca, anche se la mia convinzione che dovrei ritirare la mano non segue i canoni formali dell'inferenza logica. Se si prende sul serio la visione formulata dal mondo scientifico, non c'è nulla di ontologicamente speciale o privilegiato nel qui-e-ora o nel me - l'illusione egocentrica è una prospettiva ingannevole elaborata da un DNA egoista. Se per me è sbagliato soffrire, allora è sbagliato per chiunque e ovunque.

3: PERCHÈ ACCADRÀ

Tecnicamente è realizzabile. Un mondo senza sofferenza sarebbe magnifico e l'ingegnerizzazione del paradiso sarebbe ancora meglio. Ma di nuovo: e allora? Tecnicamente è possibile costruire una forma di formaggio da mille metri cubi. Cosa porterà alla realizzerà un mondo libero dal dolore? Forse si tratta solo di un pio desiderio. Forse sceglieremo di conservare per un tempo indefinito la biologia della sofferenza.

La confutazione in questo caso è che, favorevoli al progetto abolizionista o meno, ci stiamo dirigendo nella direzione di una rivoluzione riproduttiva che porterà alla nascita dei cosiddetti designer baby. I futuri genitori presto sceglieranno le caratteristiche dei loro bambini. Siamo alla vigilia di un'epoca di transizione post-darwiniana, non nel senso che la pressione della selezione sarà meno severa, ma nel senso che l'evoluzione non sarà più "cieca" e "casuale": non esisterà più la selezione naturale, ma ci sarà una selezione non naturale. Sceglieremo la composizione genetica delle nostre generazioni future, selezionando e progettando alleli e combinazioni alleliche anticipandone le conseguenze. Ci sarà una pressione selettiva contro gli alleli cattivi e le combinazioni alleliche che nell'ambiente ancestrale erano adattive.

Sfortunatamente questa argomentazione non è rigorosa, ma immaginate di poter scegliere la configurazione genetica dell'umore - il set point edonico - dei figli che avrete in futuro. Che tipo di impostazioni scegliereste? Potreste non desiderare dei gradienti di superfelicità che durino tutta la vita, ma la stragrande maggioranza dei genitori sicuramente vorrà dei figli felici. Tanto per cominciare, sarebbe più bello crescerli. Penso sinceramente che la maggior parte dei genitori, appartenenti alle più svariate culture, desideri che i propri figli siano felici. Si potrebbe provare perplessità nei confronti di genitori che affermino che la felicità è l'unico elemento che abbiano a cuore riguardo ai propri figli - molti genitori sono estremamente ambiziosi. A parità di altre condizioni, però, la felicità è indice di successo - forse la fondamentale origine evolutiva del motivo per cui abbiamo a cuore la felicità dei nostri figli, così come la nostra.

Naturalmente l'argomento della scelta dei genitori non è decisivo. Non di meno, non è chiaro quante generazioni di scelte riproduttive libere rimangano, prima che delle radicali tecnologie antinvecchiamento ci costringano ad un controllo collettivo sempre più serrato sulle nostre decisioni in materia di riproduzione - dal momento che una popolazione in aumento composta da individui quasi immortali privi di età non può moltiplicarsi indefinitamente in uno spazio fisico limitato. Ma anche se un controllo centralizzato sulle decisioni riproduttive divenisse la norma e la procreazione stessa divenisse un fenomeno raro, è presumibile che la pressione della selezione a sfavore dei genotipi darwiniani sarà notevole. Pertanto è difficile prevedere quali formazioni sociali future consentiranno la creazione premeditata di una predisposizione a disordini depressivi o ansiogeni o persino alle "normali" patologie di consapevolezza non potenziata.

Animali non umani

Fino a questo punto mi sono concentrato sulle sofferenze di un'unica specie. Questa restrizione del progetto abolizionista è limitativa, ma la nostra tendenza antropocentrica ha radici profonde. Cacciare, uccidere, sfruttare membri di altre specie ha migliorato l'idoneità di inserimento dei nostri geni nell'ambiente ancestrale. [Da questo punto di vista siamo più simili agli scimpanzé che ai bonobo.] A differenza di quanto accade nel caso del tabù dell'incesto, per esempio, non abbiamo una predisposizione innata a ritenere sbagliato cacciare e sfruttare animali che non siano esseri umani. Leggiamo che il pappagallo di Irene Pepperberg, con il quale in definitiva abbiamo condiviso un antenato comune diverse centinaia di milioni di anni fa, aveva l'età mentale di un bambino di tre anni. È però tuttora legale che i cosiddetti sportivi sparino agli uccelli per divertimento. Se gli sportivi sparassero per divertimento a dei neonati o a dei bambini piccoli della nostra specie, verrebbero giudicati criminali sociopatici e rinchiusi.

Dunque siamo di fronte a una situazione contraddittoria: le notizie di primo piano dei notiziari spesso riportano casi terribili di abusi su bambini e di abbandono, di rapimenti di bimbi in tenera età o di orfani rumeni abbandonati. Le figure che più odiamo sono coloro che abusano dei bambini o li uccidono. Eppure finanziamo ripetutamente l'uccisione di massa operata a livello industriale di altri esseri senzienti in modo da poterli mangiare. Ci nutriamo di carne anche se ci sono molteplici prove che a livello funzionale, emozionale, intellettuale - e nella loro capacità di soffrire, il che é di vitale importanza in questo contesto - gli animali non umani che alleviamo in batteria e uccidiamo equivalgono a neonati e bambini piccoli della specie umana.

Da un'astratta e distaccata prospettiva, tenderei a sostenere che, moralmente, l'abuso di animali non umani funzionalmente equivalenti agli esseri umani dovrebbe interessarci quanto quello perpetrato su membri della nostra specie - che il maltrattamento e l'uccisione di un maiale dovrebbero importarci quanto il maltrattamento o l'uccisione di un bimbo di pochi anni. Ciò viola le nostre intuizioni morali umane, ma delle nostre intuizioni morali non ci si può proprio fidare. Esse sono il riflesso del nostro pregiudizio antropocentrico - non soltanto un limite di carattere morale, ma anche un limite intellettuale e di percezione. Non è che non esistano differenze tra esseri umani e non umani, non più di quante ne esistano tra neri e bianchi, cittadini liberi e schiavi, uomini e donne, ebrei e non ebrei, omosessuali o eterosessuali. La domanda piuttosto è: sono differenze rilevanti dal punto di vista morale? Ciò è importante perché possono scaturire delle conseguenze moralmente catastrofiche quando persistiamo nell'attaccarci all'idea dell'esistenza di una diversità, effettiva, ma irrilevante da un punto di vista morale, tra esseri senzienti. [Ricordiamo per esempio come Aristotele difendesse la schiavitù. Come faceva ad essere così cieco?] Le nostre intuizioni morali sono avvelenate da un egoismo genetico - non sono state progettate per assumere una visione imparziale e distaccata. Un'intelligenza maggiore però apporta una maggiore capacità cognitiva in termini di empatia e, potenzialmente, un cerchio di compassione più vasto. Forse i nostri discendenti superintelligenti/superempatici considereranno il maltrattamento di creature non umane non meno ripugnante di quanto noi consideriamo gli abusi sui minori: una terribile forma di perversione.

Vero o no, è fuor di dubbio che non abbiamo intenzione di smettere di mangiarci a vicenda. La nostra inclinazione all'egoismo è troppo accentuata. Ci piace troppo il gusto della carne. L’idea di un mondo vegano è solo un sogno utopistico?
Forse è così. Eppure in pochi decenni, l'avvento di prodotti simili alla carne ottenuti senza infliggere sofferenze agli animali mediante processi di ingegneria genetica farà sì che potremo godere nel mangiare una "carne" più saporita di qualsiasi prodotto oggi disponibile, senza uccisioni e senza crudeltà. Come anticipazione di ciò che bolle in pentola, nel giugno del 2007, nel corso di un seminario tenutosi presso l’Università Norvegese delle Scienze della Vita, è stato promosso un consorzio per la produzione di carne in vitro, il "In Vitro Meat Consortium". Va notato che la produzione di carne da singole cellule su cui si interviene geneticamente è probabilmente un processo scalabile all’infinito: il consumo globale di massa di questo alimento è potenzialmente più economico rispetto all'utilizzo di animali non umani. Pertanto - presumendo che per il futuro prevedibile manterremo relazioni fondate sul denaro ed economie di mercato - dei cibi simili alla carne, dal sapore delizioso e a costo contenuto, ricavati senza infliggere sofferenze agli animali, con ogni probabilità soppianteranno gli allevamenti in batteria e l'uccisione in massa di altri esseri viventi.

Ci si potrebbe scetticamente chiedere: la gente, in massima parte, sarà davvero disposta a mangiare cibo per buongustai prodotto artificialmente, anche se è più economico e più gustoso della carne ricavata dalla macellazione animale?

Se possiamo presupporre che questi prodotti saranno commercializzati correttamente la risposta è affermativa. Perché se scopriremo di preferire il sapore della carne prodotta artificialmente a quello di quella ricavata dalle carcasse di animali morti, allora le ragioni di tipo morale a favore di un'alimentazione ottenuta senza crudeltà probabilmente sembreranno molto più convincenti rispetto ad oggi.

Eppure, anche se riusciremo ad arrivare a un veganismo globale, è certo che in natura continuerà ad essere presente una terribile crudeltà. I documentari sulla vita selvaggia ci danno una visione molto edulcorata del mondo degli esseri viventi: non si attirano i telespettattori mostrando per mezz'ora un animale che muore di sete o di fame o che viene lentamente asfissiato e divorato vivo da un predatore. Ed è indubbio che ci debba essere una catena alimentare. La natura è crudele, ma i predatori avranno sempre un ruolo essenziale per evitare la sofferenza di un'esplosione demografica e del verificarsi di una catastrofe malthusiana?

Non necessariamente. Se lo vogliamo, possiamo fare ricorso a modalità di contraccezione di lunga durata, riprogettare l'ecosistema globale e riscrivere il genoma dei vertebrati per eliminare la sofferenza anche nel resto del mondo naturale. Perché le creature non appartenenti al genere umano non hanno bisogno di essere liberate, hanno bisogno di essere accudite. Abbiamo il dovere di prendercene cura, proprio come facciamo con i neonati, con i bambini piccoli, con gli anziani e con i portatori di handicap mentali. Questa possibilità può sembrare remota, ma la distruzione dell'habitat naturale significa che tutto ciò che rimarrà di naturale, alla fine di questo secolo, saranno le riserve naturali. Proprio come non diamo in pasto degli atterriti roditori vivi ai serpenti negli zoo – in quanto ammettiamo che è una pratica barbarica - continueremo davvero a permettere che vengano perpetrate delle crudeltà nei nostri parchi naturali terrestri perché la vita lì è "allo stato naturale"?

L'oceano è l'ultima frontiera del pianeta Terra. A livello intuitivo, questo sembrerebbe implicare un'impresa troppo complessa. Ma la crescita esponenziale della potenza dei computer e delle tecnologie nanorobotiche ha come conseguenza che, in teoria, noi saremo in grado di riprogettare anche l'ecosistema marino. Attualmente una tale opera di riprogettazione è ancora impossibile, tra qualche decennio diverrà realizzabile a livello informatico, anche se rimarrà un'impresa impegnativa; alla fine diventerà banale da un punto di vista tecnico. Dunque il quesito è: lo faremo veramente? Sarebbe giusto farlo? O, alternativamente, dovremmo conservare lo status quo darwiniano? Chiaramente qui siamo nell'ambito della mera speculazione. Eppure potremmo richiamarci a ciò che potrebbe essere definito il principio della benevolenza debole. Diversamente dalla controversa ipotesi che la superintelligenza comporti anche la superempatia, il principio della benevolenza debole non presume che i nostri discendenti, per quanto progrediti da un punto di vista tecnico e cognitivo, saranno anche più progrediti di noi da un punto di vista morale.

Forniamo un esempio concreto del modo in cui il principio viene applicato. Se oggi si lascia loro la possibilità di scegliere se acquistare uova prodotte da galline allevate liberamente a terra o in gabbia, la maggior parte dei consumatori sceglierà le uova prodotte da galline allevate a terra. Se le uova prodotte da galline allevate in gabbia costano 1 centesimo di meno, la maggior parte delle persone continuerà a optare per la scelta "cruelty-free"(priva di crudeltà). No, non bisogna sottostimare la malvagità, la perfidia e l'inclinazione sanguinaria dell'animo umano, ma la maggior parte di noi ha almeno una debole tendenza alla benevolenza. Se si richiedesse un sacrificio non trascurabile, per esempio se le uova delle galline allevate a terra costassero 20 centesimi in più, allora purtroppo si noterebbe che le vendite crollerebbero rapidamente. Ciò che voglio sottolineare è che se - ed è una grande incognita - il sacrificio richiesto a un soggetto moralmente indifferente potesse essere reso inesistente o irrilevante, allora il progetto abolizionista potrebbe essere realizzato con un'amplissima portata e andrebbe a interessare la maggior parte delle creature viventi.

David Pearce (2007)

Testo tratto da due presentazioni tenutesi presso il Future of Humanity Institute (dell'Università di Oxford) e in occasione della Happiness Conference, organizzata da Charity International (2007). La presentazione è anche disponibile come podcast (inglese): download (15,3 MB). Durata: 34 minuti. Originariamente pubblicato su The Abolitionist Project (Italian)

Note del tranduttore:

[1] Treadmill edonico: "Secondo la "teoria dell'adattamento", è il meccanismo per il quale la nostra soddisfazione o il benessere conseguente all'acquisto di un nuovo bene di consumo (per esempio, di automobile berlina al posto della precedente utilitaria), dopo un miglioramento temporaneo ritorna rapidamente al livello precedente." (Wikipedia: Il paradosso di Easterlin. Ipotesi per la spiegazione del paradosso)

[2] Fitness inclusiva: Nel 1964 W.D.Hamilton, rielaborando un'ipotesi espressa da J.B.S.Haldane nel 1932, introdusse il concetto di selezione di parentela o kin selection. Secondo questo zoologo, il comportamento altruistico è favorito solo se gli individui che ricevono i benefici sono imparentati con l'individuo altruista, cioè quando esiste una forte condivisione di geni tra l'altruista e il beneficiario e, di conseguenza, i geni possono essere trasmessi alle generazioni successive. In questi casi, la fitness individuale viene sostituita da una fitness inclusive. (Wikipedia: Selezione di gruppo e Selezione di parentela)

[3] Agenti intelligenti: Per agente si intende una qualunque cosa in grado di percepire l'ambiente che lo circonda attraverso dei sensori e di eseguire delle azioni attraverso degli attuatori. Ad esempio, in un essere umano alcuni sensori sono gli occhi e le orecchie. Gli attuatori possono essere le mani, i piedi o più in generale i muscoli. Nel campo dell'Intelligenza artificiale un concetto fondamentale è quello di agente intelligente (o agente razionale). Possiamo definire un agente in questo modo se esso fa la cosa giusta al momento giusto (Wikipedia: agenti intelligenti)

[4] ...un "si dovrebbe" da un "è": Hume notò che molti scrittori parlavano spesso di "cosa dovrebbe essere" al posto di "cosa è". Ma fra la proposizione descrittiva "essere" e quella prescrittiva "dover essere" scorre un fiume di differenze. Hume mise in guardia gli scrittori da tali facili sostituzioni, soprattutto se accompagnate da una cattiva motivazione. Ma come si può effettivamente motivare la derivazione di "dover essere" dall'"essere"? Hume ne concluse con l'impossibilità di tale derivazione. Questa questione, proposta da Hume in un piccolo paragrafo, è diventata negli ultimi anni la base della teoria etica. (Wikipedia: Il conflitto fra "essere" e "dover essere")

Immagine: David Pearce. Photo credit: Vanity Fair (edizione tedesca), da HedWeb

 

 

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