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Dove sono Loro? Di Nick Bostrom
Filosofia - Estropia / Transumanesimo


nick bostrom for estro.org


Perché mi auguro che la ricerca di vita extraterrestre nel cosmo possa non trovare nulla...

Il grande fisico italiano Enrico Fermi durante un congresso nel 1950 al Los Alamos National Laboratory pose la domanda "Dove sono Loro?" ai suoi colleghi scienziati. La domanda si riferiva al fatto che gli sembrava strano che non ricevessimo alcuna trasmissione extraterrestre dallo spazio. Se è vero che li fuori ci sono milioni di pianeti simili al nostro e se almeno una piccola percentuale di essi ha sviluppato vita intelligente perché non riceviamo nessuna trasmissione radio?

La gente fu molto eccitata nel 2004, quando il Rover Opportunity della NASA scoprì una prova che su Marte un tempo poteva esservi stata acqua. Qualora si trovi dell’acqua, significa che vi può essere stata vita. Dopo più di 40 anni di esplorazione umana, culminata con l'esplorazione di Marte in corso, gli scienziati sono ancora attivi per la pianificazione delle missioni di studio di questo pianeta. La Phoenix, una nuova sonda lunare/planetaria costruita da una agenzia scientifica presso l'Università di Arizona, è prevista per il lancio a fine maggio su Marte, atterrerà nel Frigid Artic settentrionale, dove avvierà la ricerca di terreni e di ghiaccio che potrebbero essere adatti per la vita microbica. Il prossimo decennio potrebbe vedere in opera una missione “Mars Sample Return”, che utilizzerà sistemi robotici per raccogliere campioni di rocce marziane al suolo, e campioni di atmosfera per poi fare ritorno sulla Terra. Si dovrebbero poi analizzare tali campioni per vedere se contengono tracce di vita, estinte o ancora attive.


Tale scoperta sarebbe di enorme importanza scientifica. Che cosa potrebbe essere più affascinante di scoprire la vita che era evoluta in piena indipendenza dalla vita qui sulla Terra? Molte persone trovano anche incoraggiante sapere che non siamo soli in tutto questo vasto, freddo cosmo.

Ma io spero che le nostre sonde su Marte non possano mai scoprire nulla! Sarebbe una buona notizia se si trovasse che Marte fosse completamente sterile: rocce e sabbie senza vita: Questo solleverebbe il mio spirito.


Viceversa, se verranno scoperte tracce di alcune semplici, estinte forma di vita (alcuni batteri, alcune alghe) sarebbe una cattiva notizia. Se verranno scoperti fossili di qualcosa di più avanzato, forse qualcosa che sembrano i resti di un trilobite o addirittura lo scheletro di un piccolo mammifero, allora la notizia sarebbe da ritenere pessima! Più complessa è la forma di vita che troviamo, più deprimente la notizia sarebbe. Essa sarebbe certamente interessante da un punto di vista scientifico ma allo stesso tempo risulterebbe un cattivo presagio per il futuro del genere umano.


Come faccio ad arrivare a questa conclusione? Vorrei innanzi tutto riflettere su un fatto noto. Se lasciamo da parte gli osservatori di UFO, i cultisti della setta Raeliana e i (presunti) rapiti dagli alieni, ad oggi, non abbiamo ancora visto alcun segno di civiltà extraterrestre. Non abbiamo ricevuto alcuna visita dallo spazio, né i nostri radiotelescopi hanno mai rilevato alcun segnale trasmesso da una qualsiasi civiltà extraterrestre. L’esperimento SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) è in corso da quasi mezzo secolo, impiegando i più potenti radiotelescopi e le migliori tecniche di data-mining; ma finora, ha costantemente confermato l'ipotesi del nulla. Il cielo notturno è vuoto e silenzioso! La domanda "Dove sono loro?" è pertinente oggi come lo era quando il fisico Enrico Fermi che la pose per primo durante un pranzo con alcuni dei suoi colleghi presso il Los Alamos National Laboratory nel 1950.


Consideriamo un altro fatto: l'universo osservabile ha dimensioni dell'ordine di 100 miliardi di galassie, e ci sono di 100 miliardi di stelle nella nostra galassia soltanto. Negli ultimi due decenni, abbiamo imparato che alcune di queste stelle hanno pianeti che le circondano; diverse centinaia di tali "esopianeti" sono stati scoperti fino ad oggi. La maggior parte di questi sono giganteschi, (NDT: simili al nostro Giove), in quanto è molto difficile individuare gli esopianeti più piccoli utilizzando gli strumenti attuali. Nella maggior parte dei casi, i pianeti non possono essere osservati direttamente. La loro esistenza è deducibile dalle loro influenza gravitazionale sulla stella genitrice, che oscilla leggermente a causa della massa del pianeta in orbita, o da lievi fluttuazioni di luminosità, quando i pianeti vi passano davanti con eclissi parziali. Abbiamo tutte le ragioni per credere che l'universo osservabile contiene un gran numero di sistemi solari, tra cui molti con i pianeti che sono simil-Terra, almeno nel senso di avere masse e temperature simili a quelle del nostro globo. Sappiamo anche che molti di questi sistemi solari sono di età anteriore alla nostra.


Da questi due fatti ne consegue che il percorso evolutivo di forme di vita in grado di colonizzare lo spazio conduce attraverso un "Grande Filtro", che può essere pensato come una barriera di probabilità statistica. (Prendo in prestito questo termine da Robin Hanson, un economista presso la George Mason University: The Great Filter - Are We Almost Past It?)


Il Grande Filtro è costituito da una o più transizioni evolutive fondamentali che devono essere superate da una forma di vita in grado di raggiungere uno stadio evolutivo che gli consenta di poter esplorare e colonizzare altri sistemi solari remoti. Dobbiamo notare che pur partendo da miliardi e miliardi di potenziali punti di germinazione per la vita, ci ritroviamo con un dato finale di importo pari a zero di civiltà extraterrestri che possiamo effettivamente (oggi) osservare. Il Grande filtro deve quindi essere sufficientemente selettivo (che è lo stesso di dire che i suoi punti critici sono difficilmente attraversabili) tanto che, anche con molti miliardi di lanci di dadi, si finisce con ottenere il nulla: nessun extraterrestre, nessuna sonda spaziale e nessun segnale! O almeno, nessuno che siamo in grado di individuare con le nostre attuali tecnologie.


Ora, questo Grande Filtro dove si trova? Ci sono due possibilità: Potrebbe essere dietro di noi, da qualche parte nel nostro lontano passato. Oppure potrebbe essere avanti di noi, da qualche parte nei decenni, secoli o millenni a venire nel futuro. Dobbiamo considerare queste due possibilità.

Se il filtro è nel nostro passato, deve essere estremamente improbabile la sequenza di eventi per cui un pianeta simile alla Terra possa dare luogo ad una specie intelligente comparabile nella sua sofisticazione tecnologica alla nostra civiltà umana contemporanea. Alcune persone sembrano prendere l'evoluzione della vita intelligente sulla Terra per scontata: un lungo processo, sì; complicato, certo, ma in ultima analisi, inevitabile, o quasi. Carl Sagan era uno dei sostenitori di questa teoria e scrisse che "le origini della vita devono essere un evento molto probabile; appena le circostanze lo pemettono, ecco che appare!"  (Sagan, C. 1995 “The abundance of life-bearing planets.” Bioastronomy News, Vol. 7, No. 4:1–4). Ma questo punto di vista potrebbe anche essere completamente sbagliato. Non vi è quasi nessuna prova a sostegno. La Biologia evolutiva, al momento, non ci permette ancora di calcolare con precisione il momento esatto dell'emergere di vita intelligente sulla Terra e la relativa probabilità di questo evento. Inoltre, se guardiamo indietro alla nostra storia evolutiva, siamo in grado di identificare un certo numero di transizioni di eventi che possano essere ricondotti all’azione del Grande filtro.

Ad esempio, è molto improbabile che anche semplici forme di vita auto-replicanti possano emergere su un qualsiasi pianeta simil-Terra. I tentativi di creare la vita in laboratorio miscelando acqua con gas e scariche elettriche che si pensa possano essere esistiti nella Terra primordiale non sono riusciti a ottenere molto di più della sintesi di alcuni semplici amminoacidi (NDT: Bostrom si riferisce al famoso esperimento di Watson e Crick negli anni ’50). La “abiogenesi” (nascita spontanea della vita dalla non-vita) non è mai stata osservata.


La più antica data relativa al primo microfossile è confermata a circa 3,5 miliardi di anni fa. Alcuni pensano che la vita potrebbe essere esistita anche alcune centinaia di milioni di anni prima, ma, in ogni caso non vi è alcuna prova effettiva che la vita esistesse prima di 3,8 miliardi di anni fa. La vita sarebbe potuta tuttavia esistere anche a una data notevolmente anteriore a quella ma senza lasciare tracce: ci sono pochissime tracce di rocce tanto antiche e le stesse hanno subito importanti rimodellamenti ed erosioni negli eoni a venire. Tuttavia, diverse centinaia di milioni di anni sono trascorsi tra la formazione della Terra e la comparsa della prima forma di vita. La prova è quindi coerente con l'ipotesi che l'emergere della vita sia frutto di una estremamente improbabile serie di coincidenze, e che ci sono voluti centinaia di milioni di anni di tentativi per prove ed errori, di molecole di superficie e strutture che interagiscono in modo casuale, prima di qualcosa in grado di auto-replicazione sia potuto comparire in modo fortunoso. Per quanto ne sappiamo, questo primo passo critico potrebbe essere un Grande Filtro.


In conclusione, determinare la probabilità di un determinato sviluppo evolutivo è difficile, dal momento che non siamo in grado di eseguire nuovamente la storia della vita più volte. Quello che possiamo fare, però, è tentare di identificare le transizioni evolutive che almeno sono buone candidate per essere un Grande Filtro (transizioni che sono sia estremamente improbabili e praticamente necessarie per l'emergere di civiltà intelligenti e tecnologiche).

Un criterio di selezione è che una di queste transizioni dovrebbe essersi verificata una sola volta. Il volo, la vista, la fotosintesi, l’imparare a camminare, sono forme evolutesi più volte qui sulla Terra e sono pertanto escluse dalla selezione. Un'altra indicazione che un passo evolutivo è molto improbabile è che ha necessitato di molto tempo a manifestarsi anche dopo che le premesse per il suo esistere erano state poste in essere. Un lungo ritardo suggerisce che il numero di combinazioni a caso in grado di garantire il passo evolutivo doveva essere stato molto alto prima che uno di essi funzionasse. Forse le più improbabili mutazioni si sono dovute verificare una sola volta per organismo per ottenere il salto evolutivo, oppure mutazioni individualmente deleterie potrebbero essere divenute migliorative solo quando si verificano insieme. (L'evoluzione di Homo sapiens dai nostri antenati ominidi recenti, come Homo erectus, è accaduto piuttosto rapidamente rispetto al tempo geologico, cosicchè questo tipo di passaggi sarebbe relativamente un debole candidato per un Grande Filtro.)


L'originale emergere della vita sembra soddisfare questi due criteri. Per quanto ne sappiamo, è possibile che si sia verificato solo una volta, e forse ha necessitato di centinaia di milioni di anni per poter accadere anche dopo che il pianeta si era raffreddato abbastanza per consentire a una vasta gamma di molecole organiche di essere stabili. Successivamente la storia evolutiva offre ulteriori possibilità per un Grande Filtro. Ad esempio, ci sono voluti circa 1,8 miliardi di anni per i procarioti (la maggior parte del tipico organismo unicellulare) di evolvere in eucarioti (un più complesso tipo di cellula con una membrana-nucleo chiusa). Si tratta certamente di un lungo periodo di tempo che può rendere questa transizione un ottimo candidato. Altre possibilità sono nell’includere l'emergere di organismi pluricellulari della riproduzione sessuale.


Se il Grande Filtro è infatti dietro di noi, nel senso che il realizzarsi di vita intelligente su un qualsiasi pianeta è estremamente improbabile, ne consegue che siamo molto probabilmente l'unica civiltà tecnologicamente avanzata nella nostra galassia, o addirittura in tutto l'universo osservabile. (L'universo osservabile contiene circa 10^22 stelle) (NDT: 10.000 miliardi di miliardi di stelle). E l’universo potrebbe estendersi infinitamente ben al di là della parte che è osservabile da noi, e può contenere ancora molte stelle. Se è così, allora è praticamente certo che un numero infinito di specie intelligenti extraterrestri esistono, non importa quanto improbabile sia la loro evoluzione in un dato pianeta. Tuttavia, poichè la teoria cosmologica implica che l'universo è in espansione, le creature che vivono al di fuori del universo osservabile sono e resteranno in eterno causalmente scollegate da noi: esse non potranno mai farci visita, comunicare con noi, o essere rilevate da noi o dai nostri discendenti.)


L'altra possibilità è che il Grande Filtro è da porre davanti a noi: nel futuro! Ciò significa che alcune grandi catastrofi impediscono a quasi tutte le civiltà al nostro attuale stadio di sviluppo tecnologico di progredire fino al punto in cui esse impegnano le loro tecnologie su larga scala per una colonizzazione dello spazio. Ad esempio, potrebbe essere che ogni civiltà che sviluppi una tecnologia sufficientemente avanzata scoprirà qualcosa (forse potentissime armi ipertecnologiche) che vanno a provocare contemporaneamente la sua estinzione.


Vorrei tornare a questo nel seguito, ma prima vorrei dire due parole su un altra possibilità teorica: gli extraterrestri sono là fuori in innumerevole quantità, ma restano nascosti dal nostro punto di osservazione. Penso sinceramente che questo sia improbabile, perché se gli extraterrestri esistono, in tale numero, almeno una specie avrebbe già colonizzato la nostra galassia, o anche oltre. Ma finora non abbiamo rilevato segni di questa colonizzazione.

Vari sistemi sono stati proposti per spiegare come una specie intelligente possa colonizzare lo spazio. Essi potrebbero inviare astronavi "presidiate", che stabiliscano colonie ed eseguano terraformazioni di nuovi pianeti, che iniziano prima con mondi nei propri sistemi solari per passare poi a stelle e destinazioni più lontane. Ma molto più probabile, a mio avviso, è una colonizzazione per mezzo delle cosiddette sonde von Neumann, che prendono nome dallo scienziato ungherese prodigio John von Neumann, a cui molti matematici e scienziati attribuiscono il concetto di "costruttore universale", subordinato o autonomo, relativo a macchine auto-replicanti.


Una sonda von Neumann si presenta come una sonda spaziale automatica senza pilota, controllata interamente da una Intelligenza Artificiale e in grado di eseguire viaggi interstellari. Una di queste sonde può atterrare su un pianeta (o un asteroide o una luna), dove sfruttando miniere di materie prime locali sarebbe in grado di ricostruire molte copie di se stessa, magari utilizzando forme avanzate di nanotecnologia. In uno scenario proposto da Frank Tipler nel 1981, le sonde replicate sarebbero poi lanciate in varie direzioni, in modo da realizzare ondate successive di colonizzazione. La nostra galassia è estesa per circa 100.000 anni-luce in tutto. Se una di queste sonde fosse in grado di viaggiare a un decimo della velocità della luce, ogni pianeta nella galassia potrebbe quindi essere colonizzata entro un paio di milioni di anni (un po’ di tempo extra è da considerare per permettere ad ogni sonda che atterra su un sito di risorse per creare le infrastrutture necessarie a produrre sonde figlie). Se la velocità del viaggio fosse limitata all’uno per cento della velocità della luce, la colonizzazione potrebbe richiedere 20 milioni di anni. Il numero esatto, comunque, non importa molto, perché questi tempi sono in ogni caso molto brevi rispetto a quelli astronomici nei (NDT: 3.5 miliardi di anni) quali quelli in cui l'evoluzione della vita intelligente si verifica.


La costruzione di una sonda von Neumann sembra molto difficile oggi (e sicuramente lo è), ma non stiamo parlando di qualcosa che dovrebbe iniziare a lavorare in tempi brevi. Piuttosto, stiamo valutando un qualcosa che possa essere realizzato con avanzate tecnologie del futuro. Possiamo costruire sonde von Neumann nei secoli o millenni a venire (intervalli che comunque sono solo dei “bip” rispetto alla durata di vita di un pianeta). Considerando che il viaggio nello spazio è stato ritenuto fantascienza solo mezzo secolo fa, dovremmo, a mio avviso, essere estremamente cauti ad annunciare qualcosa di non tecnologicamente fattibile in futuro a meno essa non entri in conflitto con alcuni principi della fisica. Le nostre prime (primitive) sonde spaziali sono già là fuori: Voyager 1, per esempio, è ora all’esterno del nostro sistema solare.


Anche se una civiltà tecnologicamente avanzata potrebbe diffondersi in tutta la galassia in un periodo di tempo relativamente breve (e, successivamente nelle galassie vicine), ci si potrebbe ancora chiedere se avessero qualche motivo per non farlo. Forse preferirebbero restare a casa sul loro bel pianeta e vivere in armonia con la natura. Tuttavia, una serie di considerazioni rendono questa spiegazione del “grande silenzio” poco plausibile. In primo luogo, si osserva che la vita, qui sulla Terra, manifesta una forte tendenza a diffondersi ovunque si può. Essa ha popolato ogni angolo e pertugio che ha potuto colonizzare: a est, ovest, nord e sud, terra, acqua e aria; deserto, tropico, ghiaccio artico; rocce sotterranee, bocche idrotermali, nelle discariche di residui radioattivi; ci sono esseri viventi anche all'interno degli organi di altri esseri viventi!


Questa constatazione empirica è naturalmente del tutto coerente con quello che uno si aspetterebbe sulla base della teoria evolutiva elementare. In secondo luogo, se consideriamo la nostra stessa specie, in particolare, riteniamo che essa si è diffusa in ogni parte del pianeta, e abbiamo anche stabilito una presenza nello spazio, con la Stazione Spaziale Internazionale. In terzo luogo, se una civiltà avanzata ha la tecnologia per andare nello spazio relativamente a buon mercato, ha un evidente motivo per farlo: vale a dire, che lì potrà trovare la maggior parte delle risorse utili. Terra, minerali, energia, neghentropia, acqua: sono tutti là fuori abbondanti e non limitati come accade per il singolo pianeta. Queste risorse potrebbero essere utilizzate a sostegno di una popolazione in crescita e per costruire templi o giganteschi supercomputer o qualunque struttura di valore per una civiltà. In quarto luogo, anche se quasi tutte le civiltà avanzate nell’universo avessero scelto di rimanere in eterno “non espansioniste”, ciò non fa alcuna differenza fintantoché vi è stata almeno una di esse che avesse scelto di avviare il processo di colonizzazione: essa avrebbe lanciato sonde, realizzato colonie e discendenti per riempire alla fine la galassia. Basta un solo fiammifero per accedere un fuoco, e per far divampare un fuoco di colonizzazione, una sola civiltà espansionistica è sufficiente a colonizzare l'universo.


Per tutti questi motivi, sembra improbabile che la nostra galassia sia brulicante di esseri intelligenti che volontariamente si auto-limitano a stare a casa, sui loro pianeti, senza comunicare. Ora, è altrimenti possibile uno scenario alternativo in cui l'universo è brulicante di ogni tipo di civiltà avanzata ma esse scelgono di tenersi ben nascoste alla nostra vista. Forse vi è un insieme di civiltà avanzate che conoscono noi, ma hanno deciso di non contattarci fino a quando non saremo maturi per essere ammessi nel loro “club” (NDT: il principio della non-interferenza si ritrova anche nella fantascienza di Star Trek ove le civilità non in grado tecnologicamente di superare la velocità della luce non venivano mai contattate). Forse esse stanno osservando noi come se fossimo animali in uno zoo. Non vedo come si possa escludere questa possibilità; ma io la metterei da parte, al fine di concentrarmi su ciò che a me sembrano le risposte più plausibili alla domanda “Dove sono loro?” posta da Fermi.


L'ipotesi più sconcertante è che il Grande filtro consista in alcune tendenze auto-distruttive comuni a quasi tutte le civiltà che abbiano raggiunto un grado di sviluppo avanzato. Nel corso della storia, grandi civiltà sulla Terra sono implose (l'impero romano, la civiltà Maya, che una volta che fiorì in America centrale, e molte altre). Tuttavia, questo tipo di collasso di una società che si limita a ritardare l'eventuale emergere di uno spazio di colonizzazione entro centinaia o poche migliaia di anni non spiega il motivo per cui nessuna di tali civiltà ci ha mai visitato da un altro pianeta. Un migliaio di anni, può sembrare un tempo lungo per un individuo, ma in un contesto astronomico si tratta di uno starnuto. Ci sono probabilmente dei pianeti che sono miliardi di anni più vecchi della Terra. Qualsiasi specie intelligente su questi pianeti avrebbe avuto molto tempo per recuperare i danni da ripetute catastrofi sociali o ecologiche. E anche se avesse subito un migliaio di ricadute sarebbe certamente riuscita ad arrivare a farci visita centinaia di milioni di anni fa.

Il Grande filtro, quindi, dovrebbe essere qualcosa di ben più drammatico di un collasso socio-economico della società: esso dovrebbe rappresentarsi come cataclisma globale e terminale, una catastrofe esistenziale ultima! Un rischio esistenziale è del tipo di quelli che minacciano di annientare tutta la vita intelligente permanentemente e ridurre drasticamente il suo potenziale per lo sviluppo futuro. Nel nostro caso, siamo in grado di identificare una serie di potenziali rischi esistenziali:


- Una guerra nucleare combattuta con armi dalle potenzialità molto superiori a quelle di oggi (forse derivanti da future corse agli armamenti);

- Un super-bug derivante da tecniche di ingegneria genetica con conseguente disastro ambientale;

- Guerre o atti di terrorismo commessi con devastanti armi del futuro;

- La nascita di una super-Intelligenza Artificiale con obiettivi distruttivi;

- Un impatto di un asteroide di grandi dimensioni sulla Terra.

- Esperimenti di Fisica delle alte energie in acceleratori di particelle.


Lo studio dei rischi esistenziali è un elemento estremamente importante, anche se piuttosto trascurato, come campo d'inchiesta in futurologia. Ma affinchè un rischio esistenziale possa costituire un plausibile Grande Filtro, deve essere del tipo che potrebbe distruggere praticamente qualsiasi forma sufficientemente avanzata di civiltà. Ad esempio, cause relative a catastrofi naturali come impatti asteroidali e super eruzioni vulcaniche sono scarsi come candidati per un Grande Filtro, perché anche se attraverso esse venisse distrutto un numero significativo di civiltà, ci si aspetterebbe sempre che qualche civiltà possa aver miglior fortuna e sopravvivere, e quelle civiltà sopravvissute potrebbero quindi andare a colonizzare l'universo.

E’ probabile dunque che i rischi esistenziali che risultino in grado di costituire un Grande Filtro siano quelli che derivano da future innovazioni e scoperte tecnologiche. Non è affatto inverosimile immaginare la possibilità che una tecnologia innovativa, in primo luogo, possa essere raggiunta da qualsiasi sufficientemente avanzata civiltà durante la fase di sviluppo, e in secondo luogo, che tale scoperta porti quasi universalmente al disastro esistenziale.


Quindi, dove è il Grande Filtro? Dietro di noi nel passato, o davanti a noi nel futuro?


Se il Grande Filtro è davanti a noi nel futuro, noi dovremo confrontarci con esso. Se è vero che quasi tutte le specie intelligenti sono andate estinte prima di essere arrivate a padroneggiare la tecnologia per la colonizzazione di massa dello spazio, dobbiamo aspettarci che la stessa identica cosa accada anche alla nostra specie, dal momento che non abbiamo alcun motivo di pensare che saremo più fortunati rispetto ad altre specie. Se il Grande Filtro è davanti a noi nel futuro, dobbiamo abbandonare ogni speranza di colonizzare la galassia, e forse dovremmo addirittura temere che la nostra avventura si concluderà presto (o, in ogni caso, prematuramente). Pertanto, avremmo una migliore speranza di vita futura se scoprissimo che il Grande Filtro è dietro di noi, nel passato.


Che cosa ha a che fare tutto questo con la ricerca di vita su Marte? Considerate le implicazioni di scoprire che la vita era già evoluta indipendentemente su Marte (o qualche altro pianeta nel nostro sistema solare). Questa scoperta suggerirebbe che l'emergere della vita nell’universo non è affatto improbabile. Se è avvenuto indipendentemente per ben due volte qui a casa nostra, nel limitato spazio del nostro sistema solare, deve sicuramente essere successo milioni di altre volte in altri luoghi della galassia. Ciò significa che è meno probabile che il Grande filtro si sia verificato nel passato, durante i primi periodi di vita dei pianeti e, come conseguenza per la nostra civiltà, dovremmo porlo nel futuro.


Se le sonde o le missioni umane nei prossimi anni scopriranno alcune semplici forme di vita su Marte, nel suo suolo o sotto il ghiaccio polare, ciò dimostrerebbe che il Grande Filtro deve provenire da qualche parte dopo tale periodo di evoluzione. Questo sarebbe preoccupante, ma si potrebbe ancora sperare che il Grande filtro si trovi nel nostro passato. Se scoprissimo una più avanzata forma di vita, come un qualche organismo pluricellulare, tale scoperta eliminerebbe dalla sequenza causale una molto più estesa serie di transizioni evolutive da considerare come candidate per il Grande Filtro. L'effetto sarebbe quello di spostare la probabilità più forte contro l'ipotesi che il Grande Filtro è dietro di noi nel passato. E se scoprissimo dei fossili di alcune forma di vita complesse, come ad esempio delle creature vertebrate, ne dovremmo concludere che questa ipotesi che il Grande Filtro fosse nel passato è quasi del tutto improbabile. Questa, di conseguenza, sarebbe di gran lunga la peggiore delle notizie che la razza umana possa aver ricevuto nel corso di tutta la sua storia!


Eppure, la maggior parte delle persone che leggesse della scoperta di vita su Marte ne sarebbe entusiasta. Essi non comprenderebbero le implicazioni: se il Grande Filtro non è dietro di noi nel passato, è davanti a noi nel futuro. E’ questa è una prospettiva terrificante! Quindi questo è il motivo per cui spero che le nostre sonde spaziali possano scoprire solo rocce morte e sabbie senza vita su Marte, sulla luna di Giove chiamata Europa, e ovunque lo sguardo degli astronomi e degli esobiologi si poserà. Ciò significherebbe mantenere viva la speranza di un grande futuro per l'umanità.


Ora, si potrebbe pensare però a una straordinaria coincidenza se la Terra fosse il solo pianeta nella galassia in cui è si evoluta la vita intelligente. Se è successo qui, l'unico pianeta che abbiamo potuto studiare da vicino, sicuramente ci si aspetterebbe che la vita possa attecchire su una moltitudine di altri pianeti nella galassia (pianeti che non abbiamo ancora avuto la possibilità di esaminare). Questa obiezione, tuttavia, poggia su una contraddizione in termini: si riferisce a ciò che è noto come un "effetto di selezione dell’osservazione".


Che la vita intelligente risultasse comune o rara, in ogni caso è certo che ogni osservatore proviene da un luogo dove la vita intelligente ha dovuto svilupparsi. Poiché solo il successo di questo sviluppo potrebbe dar luogo all’esistenza di siffatti osservatori che possono porsi domande circa la loro esistenza e provenienza, sarebbe un errore pensare che il nostro pianeta sia un campione selezionato casualmente da tutti gli altri pianeti. (Sarebbe più vicino alla verità statistica per quanto riguarda il nostro pianeta considerarlo in un campione casuale di un sottoinsieme di pianeti che ha fatto sorgere la vita intelligente, essendo questa una formulazione grezza di una delle idee meno insane derivanti da quella filosofia denominata "principio antropico").

Poiché questo aspetto potrebbe confondere molti lettori, vale la pena di ampliare un po’ il discorso su di esso. Prendiamo in considerazione due diverse ipotesi. La prima afferma che l'evoluzione della vita intelligente è un processo abbastanza semplice e ridondante che accade su una parte significativa di tutti i pianeti simili alla Terra dopo un dato periodo di tempo.


L'altra ipotesi dice invece che l'evoluzione della vita intelligente è un fatto estremamente improbabile e forse accade solo su uno di un milione di miliardi di pianeti simili alla Terra. Per valutare la plausibilità di queste due tesi alla luce della nostra prova, è necessario porsi alcune questioni: "Cosa queste ipotesi predicono relativamente a quello che dovremmo poter osservare?"


Se ci pensate, entrambe le ipotesi chiaramente prevedono che si dovrebbe osservare che una civiltà nasce in luoghi dove la vita intelligente si è evoluta. Tutti gli osservatori potranno condividere questa osservazione, sia che essa avvenga su larga che su stretta scala dimensionale. L'effetto di selezione garantisce che qualunque pianeta che chiamiamo "nostro" è stato un successo evolutivo. E fintanto che il numero totale dei pianeti nell'universo è grande abbastanza per compensare la scarsa probabilità che ogni uno di loro possa dare origine a vita intelligente, non sarà una sorpresa che alcuni casi di successo vengano rilevati.


Se (come mi auguro è il nostro caso) siamo l'unica specie intelligente che si sia mai evoluta nella nostra galassia, e forse in tutto l'universo osservabile, ciò non significa che la nostra sopravvivenza non sia comunque in pericolo. Nulla di quanto contenuto nel precedente ragionamento esclude che vi siano fattori tali da ritenere che il Grande Filtro sia dietro di noi o ci attenda nel futuro. Potrebbe essere estremamente improbabile sia che vita intelligente dovesse sorgere in un dato pianeta, e sia che tale vita, una volta sviluppata, divenga intelligente e abbastanza avanzata da colonizzare lo spazio. Ma avremmo qualche motivo di speranza che tutti, o la maggior parte, dei candidati a Grande filtro siano nel nostro passato se Marte venisse trovata sterile. In tal caso, si potrebbe avere una notevole possibilità di evoluzione futura per la nostra specie.


In questo scenario, l'intera storia dell'umanità fino ad oggi è una semplice istantanea rispetto agli eoni che ancora si trovano di fronte a noi. Tutti i trionfi e le tribolazioni di milioni di persone che hanno camminato sulla Terra a partire dalla antica civiltà della Mesopotamia non sarebbero che allo stadio iniziale di un modello di vita che in realtà non è ancora iniziato. Sicuramente sarebbe una grandiosa ingenuità pensare che con la trasformazione delle tecnologie già in vista come genetica, nanotecnologia, e così via (e con migliaia di millenni ancora davanti a noi in cui applicare queste ed altre tecnologie ancora non concepite), la natura umana e la condizione umana rimarranno invariate. Dovremmo invece, se vogliamo sopravvivere e prosperare, considerare presumibilmente di sviluppare un qualche tipo di esistenza Post-Umana.


Nulla di tutto quello affermato in questo scritto significa che dobbiamo abbandonare i nostri piani di esplorazione approfondita di Marte. Se il pianeta rosso ha mai posseduto vita vegetale, si potrebbe anche trovare interessante questa notizia. Potrebbe essere un cattivo presagio rispetto al nostro ragionamento, ma potrebbe dirci qualcosa circa il nostro posto nell'universo, le nostre prospettive tecnologiche nel futuro, i rischi esistenziali, e le relative possibilità di trasformazione umana al contempo. Tutte questioni di notevole importanza...


Ma in mancanza di tale prova, posso concludere che il silenzio del cielo notturno è d'oro, e che nella ricerca della vita extraterrestre, l'assenza di notizie è una buona notizia.


Traduzione dall'inglese a cura di Ugo Spezza. Versione italiana originalmente pubblicata su Futurologia, il sito di Ugo Spezza, dove sono presenti anche un articolo di commento e degli aggiornamenti.      

 

Titolo originale: Where Are They? Why I hope the search for extraterrestrial life finds nothing. Originalmente pubblicato su MIT Technology Review. La versione integrale è disponibile qui sul sito di Nick Bostrom (pdf).


Immagine: Nick Bostrom. Photo credit: Future Current

 

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