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Niente invecchia velocemente come il futuro, di S.D.
Visioni del futuro - Varie
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“Gli androidi sognano pecore elettriche?” si chiedeva Philip K. Dick in una sua opera. No e non sognano nemmeno quisquilie come libertà, diritto di voto o equiparazione agli esseri umani. Non ne hanno la voglia, ma soprattutto il tempo, perchè sono a scadenza ravvicinata ed il loro unico desiderio è posticipare un po' quella data di scadenza che hanno stampigliata chissà dove, in qualche microscopico circuito all'interno dei loro straordinari corpi.

Anche Dick avrebbe volentieri spostato un po' più in là la sua data di scadenza. Infatti non fece a tempo a vedere ultimato l'adattamento per il cinema del suddetto romanzo. Il film fu dedicato alla sua memoria, alla sua “spoglia immemore” perchè, si sa, quando si trapassa, la propria memoria va perduta... si annacqua e si perde nel nulla. E ciò persino se è quella di uno straordinario e visionario romanziere oppure se contiene ricordi abbacinanti e meravigliosi come “Attack ships on fire off the shoulder of Orion... c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate.”

Il film esce nelle sale e ferisce gli spettatori tanto da essere un quasi fiasco. Li ferisce così a fondo che le unghiate ancora si vedono, a distanza di decenni, nel cinema, nella letteratura, nel linguaggio, e soprattutto nel nostro modo di amare e temere la realtà. Ma come ha fatto? Come può un'opera essere un capolavoro tale da imporre se stessa e le proprie suggestioni come un pezzo imprescindibile della cultura e del sentire contemporanei? Certo aiuta avere il più grande compositore del '900, Vangelis, che partecipa al progetto in stato di grazia componendo o riutilizzando per la pellicola brani perfetti, emozionanti sino all'eccesso e semplicemente indimenticabili. Aiuta avere un'opera letteraria superba come canovaccio (e nella sceneggiatura finisce anche materiale di Nourse e Burroughs)  ed aiuta anche un cast tecnico superlativo (spicca Syd Mead e spicca anche l'assenza del grande Moebius che rifiutò la sua consulenza pentendosene poi amaramente) che si supera per riscrivere a lettere di fuoco il presente ed il futuro; per demolire con un'alluvione di colpi ben assestati, decenni di fantascienza ingenua, per poi resuscitare il genere, un'istante dopo, in una forma vibrante ed imprevedibile, fusa in un'unica colata con il mondo reale. Nel buio della sala non si può dimenticare il mondo circostante, sognando di romantiche principesse dello spazio o di dorate astronavi che solcano impavide le galassie: lo spettatore ora vede sullo schermo gli stessi lerci bassifondi che dovrà affrontare all'uscita dal cinema, le stesse folle spaesate, urlanti ed anonime che cercano la loro fatiscente nicchia ecologica di fianco a casa sua... la stessa paura.

Il regista del film è  giovane e brillatissimo. Un pubblicitario all'apice della fama che aveva tentato il grande passo verso il cinema in modo trionfale e che con questo film si sarebbe garantito un posto nell'olimpo della settima arte.

Il film esce nelle sale, dunque, ed essenzialmente non piace: un film di fantascienza è per definizione un film leggero e divertente, più di qualche spettatore si sarà sentito truffato di fronte tutto quello squallore, quella tristezza e quel degrado. Piace a pochi, ma quei pochi se ne innamorano. Eppure anche chi se ne innamora, non necessariamente è felice di aver visto la pellicola. E' il caso dello scrittore allora sconosciuto William Gibson. Dopo aver visto il film getterà il manoscritto che stava scrivendo nella spazzatura: si trattava di un romanzo ambizioso che avrebbe reso la fantascienza adulta, ma ormai, dopo la scioccante visione del film era diventato amaramente inutile. Fortunatamente ci ripensa e “Neuromante” vede la luce, insieme al cyberpunk.

Ma cosa sono i replicanti? Sono esseri nati per uno scopo ben preciso: svolgere lavori pesanti o pericolosi o ancora prestazioni sessuali. Perchè siano utili a questi scopi non occorre che siano longevi, anzi è meglio se la loro durata è breve. Ma loro non la chiamano durata, ma più vezzosamente “vita”. Ed hanno degli altrettanto vezzosi nomi propri, che suonano come una beffa dato che ciò che davvero li identifica è un numero di matricola. Ma se la durata di pochi anni va bene, quando, al contrario, la si intende come “vita” diviene drammaticamente breve, ed ecco allora la corsa disperata per allungarla. Una convinzione è granitica: i loro capricciosi e demiurgici creatori potranno esaudire il loro desiderio, magari non con le buone.

Li trovano dopo grandi e pericolose avventure, ma lo spettacolo è deprimente: vecchi decrepiti loro per primi, oppure giovani, ma con una rara malattia che accelera l'invecchiamento...la cura ci sarebbe ma è troppo cara. Si divertono a passare il tempo giocando una partita a scacchi rievocata dal passato che si svolse realmente a Londra nel 1851, tra Kieseritzky e Anderssen, famosa per la sua perfezione e premiata con il titolo "Il Gioco Immortale". La beffa è delle più amare: anche per i loro creatori il tempo e la senescenza sono gioghi ineludibili: anche gli uomini lottano contro l'invecchiamento e soccombono. Anche i loro nomi sono orpelli inutili: l'unica cosa che li identifica davvero è quel DNA che è stato imposto loro e contro il quale non possono far nulla. I nomi sono inutili: solo i codici che ci hanno imposto i nostri creatori hanno un senso e dicono qualcosa di reale su di noi. Mentre i nostri nomi hanno belle e nobili etimologie e riecheggiano valorosi personaggi, i numeri di serie ed i DNA parlano di funzioni precise da svolgere per un interesse diverso dal nostro e date di termine utili per far posto a modelli nuovi.

A questo punto i replicanti possono sentirsi davvero “figli” degli uomini condividendone la natura strumentale ed il destino amaro. Anche gli uomini come loro tentano di aggirare i loro limiti temporali imposti e la ricerca promette loro grandi cose... ma si realizzeranno? Queste promesse sono fatte della stessa pasta di cui sono fatti i sogni, pardon, i film di fantascienza: entrambi sono proiezioni possibili di attuali tendenze della ricerca e della società in genere.

Qualche anno dopo Neuromante, Gibson scrive il racconto “Il continuum di Gernsback” e narra di un viaggio in California alla ricerca delle vestigia del futuro, anzi, dei futuri ormai obsoleti e polverosi che sarebbero potuti essere e che non sono stati. Fanno capolino dagli edifici, dal design, e dalle pubblicità. Come sembrano vecchi i futuri ormai abortiti: niente invecchia velocemente come il futuro. Si tratti del futuro di un'opera creativa o di un futuro evocato da una promessa di longevità, ad un certo punto esso abortisce e quando diviene passato mostra crepe e rughe grottesche. Non che non ci sia un'evoluzione o un progresso, ma essi ci beffano e riescono ad eludere le nostre capacità di previsione... ma allora a che serve tutto ciò? A che serve scrivere un romanzo d'anticipazione o accanirsi sui paper scientifici on line, alla ricerca dell'elisir di lunga vita?

La risposta a questa domanda implica il confrontarsi con il capriccioso e ferino Spirito della storia hegeliano che sfugge alla logica ed alla nostra capacità di rinchiuderlo in categorie e diagrammi di flusso, ai quali è allergico. Accontentiamoci, allora, della piacevole metafora di Galeano che suggerisce che, sebbene camminare verso l'orizzonte sia infruttuoso poiché non lo si può raggiungere, l'orizzonte non è per noi inutile, perchè ci spinge a camminare. Continuiamo il nostro viaggio tutto contemporaneo attraverso i vecchi futuri di Méliès, Asimov, Kubrick, e quelli di tutte le infinite sostanze che ci hanno promesso e ci prometteranno maggiore longevità, upload della coscienza ed altro; abbracciamone di nuovi e guardiamoli fatalmente invecchiare.

 

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