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Filosofie dell'immortalità, di Andrea Vaccaro
Filosofia - Immortalismo
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Sulla scia della filosofia della mente un nuovo soggetto filosofico è nato e cresciuto nell’area anglo-americana. Un soggetto che comincia ad affacciarsi adesso anche nell’Europa continentale. Si tratta della filosofia dell’immortalità, anzi, con maggior precisione, delle filosofie dell’immortalità, dove il plurale è giustificato dalla molteplicità di approcci mediante i quali si è convinti di poter raggiungere il medesimo obiettivo, appunto l’immortalità terrena.

Il linguaggio con cui tali filosofie si presentano risulta un po’ ostico, per l’abbondanza di espressioni tecniche ed anche di neologismi, legittimati – secondo tale prospettiva – dalla realtà totalmente nuova che sembra profilarsi. Il supplemento di impegno richiesto forse è ripagato dal cominciare a prendere confidenza con una corrente di pensiero che va diffondendosi e che ha potenzialmente la forza di incrinare i tradizionali cardini della nostra visione antropologica e forse anche riorientare alcune categorie teologiche.

La tesi

Se l’Ottocento si concluse filosoficamente con il grido di Nietzsche sulla morte di Dio, se la prima metà del Novecento porta l’insegna della pulsione di morte teorizzata da Freud e documentata dalle guerre mondiali e se la seconda metà si sviluppa sulla scia della concezione heideggeriana dell’uomo come essere-per-la-morte, l’aurora filosofica del XXI secolo non poteva lasciar intravedere una cesura più netta, presentandosi sotto il segno dell’immortalità. E’ l’immortalità terrena dell’uomo l’inaudito credo della nuova generazione di filosofi-scienziati figli della GNR Revolution, ovvero dell’ambito di riflessione ispirato dalle rutilanti scoperte del trinomio Genetica-Nanotecnologia-Robotica. Una scuola di pensiero che ha nel suo albero genealogico la radice in Wittgenstein e, nelle sue diramazioni, l’atomismo logico, il neopositivismo, quindi la filosofia del linguaggio, la filosofia della mente fino alla recentissima neurofilosofia.

La figura di maggior spicco e consistenza della neonata tendenza è Raymond Kurzweil. Cresciuto e impostosi con gran successo nel mondo dell’informatica (dodici primati tecnologici tra cui la macchina di lettura per non vedenti, sette aziende fondate nel settore, inventore dell’anno per il MIT nel 1988, onorificenze nazionali tributate da tre presidenti USA che hanno reso omaggio ai suoi laboratori, undici lauree ad honorem, ingresso nella USA Inventors Hall of Fame …), Kurzweil ha contribuito a fare della computer science una visione del mondo e dell’uomo. Con i suoi quattro best-seller entra di diritto nella categoria dei filosofi: The Age of Intelligent Machines (1990) e The Age of Spiritual Machines (1999), seppur ancora fortemente radicati nell’ambito delle “macchine pensanti”, propongono analisi di certo impatto e asciutta lucidità sul concetto di “coscienza” e, più in generale, sulla “essenza” dell’uomo; The Singularity is Near: When Humans trascend Biology, nel nuovo millennio, ruota sulla “singolarità”, termine che, mutuato dal lessico di astrofisici e matematici per indicare il limite della pensabilità (cosa avviene al di là di un buco nero; come agisce la divisione per zero …), diviene il nome della soglia tra un’umanità che asseconda l’evoluzione biologica ed una che invece, forte delle conoscenze genetiche e delle possibilità tecnologiche, della propria evoluzione prende in mano le redini. Questa soglia, assicura Kurzweil, è più vicina di quanto comunemente si creda. E’, però, soprattutto Fantastic Voyage del 2005, scritto con Terry Grossman, che si concentra distesamente sul tema dell’immortalità. Il sottotitolo ne è già indice: Live Long Enough to Live Forever (vivere abbastanza a lungo per vivere per sempre)

Abbiamo oggi la conoscenza e gli strumenti per vivere in eterno? Se tutta la scienza e lo sviluppo tecnologico si fermassero d’un tratto, la risposta dovrebbe essere no. Abbiamo infatti i mezzi per rallentare significativamente le malattie e il processo d’invecchiamento ben oltre quanto la maggior parte della gente creda, ma non abbiamo ancora tutte le tecniche necessarie per estendere indefinitamente la vita umana. Comunque, è chiaro che, lungi dall’arrestarsi, il passo della scoperta scientifica e tecnologica stia accelerando. Il tasso di crescita del progresso tecnologico raddoppia ogni decennio e ogni anno raddoppia la capacità di specifiche tecnologie informatiche (prezzo, performance, potenza e velocità). Quindi, la risposta alla nostra domanda è, in realtà, un deciso sì [1].

Per raggiungere la meta dell’immortalità, ormai «alla nostra portata» [2], Kurzweil prospetta l’oltrepassamento di tre “ponti”. Fantastic Voyage si presenta proprio come la guida per conservare una buona salute fisica e mentale (I ponte) per il tempo necessario a completare la rivoluzione biotecnologica (II ponte). Questa sarà compiuta quando tutti i processi vitali saranno codificati come processi informazionali. Quel giorno – che per Kurzweil sorgerà tra dieci-quindici anni – vedrà la possibilità di manipolare, bloccare, invertire, insomma riprogrammare a piacimento la nostra biologia. Tale possibilità si trasformerà in realtà con la rivoluzione nanotecnologica (III ponte) allorché, tramite la nanotecnologia molecolare, che è indietro una-due decadi rispetto alla precedente, potremo riprogettare molecola per molecola i nostri corpi e i nostri cervelli[3].

The Age of Spiritual Machines conteneva, in appendice, una dettagliata cronologia che segnava le tappe fondamentali del progresso tecnologico nella storia dell’umanità e, in più, prevedeva un arrischiato sviluppo. Era indicato il 2029 come l’anno della svolta e in Fantastic Voyage Kurzweil ribadisce:

L’idea della vecchiaia e della morte inevitabili è profondamente radicata, ma questa antichissima prospettiva sarà gradualmente modificata dalle dimostrazioni di efficaci terapie geniche previste nei prossimi venti anni [4].

Lo scenario dell’immortalità è, in tal modo, aperto ed a Kurzweil non mancano le occasioni per riallestirlo dinanzi ad uditori sempre più vasti. Alla Conferenza di Alcor “Extreme Life Extension”, in California, del 2002, egli può intitolare il suo intervento Never Die (non morire mai) e recitare:

Penso che la morte sia un profondo motivatore per molti comportamenti, perfino più del sesso. Come ho detto nel mio intervento, penso che l’idea che la vita è breve e noi siamo qui solo per breve tempo sia molto potente. E’ un’idea molto potente per il pensiero umano, ma io non vi credo. Io non penso che noi dobbiamo morire. E la tecnologia e gli strumenti per trasformare questo pensiero in realtà sono a portata di mano[5].

Al Forum 2006 della “Edge Annal Question” imperniato sulla domanda “Quale è la tua idea pericolosa?”, in omaggio al celebre libro di Daniel Dennett, L’idea pericolosa di Darwin [6], uno dei manifesti dell’ateismo contemporaneo, la risposta di Kurzweil suona: «L’inevitabilità, a breve termine, della radicale estensione ed espansione della vita».

Ad una recente intervista on-line ad ampio raggio, dopo una distesa delucidazione su cosa siano la singolarità, la rivoluzione GNR e i tre ponti, alla domanda: “Non è naturale morire?”, Kurzweil può dispiegare la sua prospettiva:

La malaria, il virus Ebola, l’appendicite e gli tsunami sono anche loro naturali. Sono molte le cose naturali che varrebbe la pena cambiare. L’invecchiamento può essere ‘naturale’, ma non vedo nulla di positivo nel perdere la mia prontezza mentale, l’acutezza dei sensi, l’agilità fisica, il desiderio sessuale o simili. Secondo me, la morte è una tragedia. L’abbiamo razionalizzata come qualcosa di accettabile perché non avevamo scelta. Ora, però, le malattie, l’invecchiamento e la morte sono problemi che possiamo superare [7].

Se Kurzweil fosse l’unico a spargere questa convinzione non sarebbe lecito parlare di filosofie dell’immortalità ed egli sarebbe unanimemente trattato come l’ultimo degli invasati. Egli, però, non è l’unico.

Kim Erich Drexler è il nome più evocativo nell’ambito della nanotecnologia, colui che ne ha ispezionato le potenzialità a più vasto raggio e che, con Engines of Creation: The Coming Era of Technology (I motori della creazione. L’avvento dell’era della tecnologia) del 1986, ne ha fornito una lettura filosofica non solo per gli esperti del settore. In questo testo, Drexler denomina “il Passaggio” (Breackthrough) quella meta additata da Kurzweil come l’oltrepassamento dei tre Bridges. Già oggi – assicura Drexler – le tecnologie all’interno dei laboratori fanno molto più di quanto gli esterni possano presumere e, anzi, va dilatandosi il divario tra ciò che ivi è possibile fare e ciò che l’esterno accetta anche solo come credibile. Con il sopravanzare del progresso nanotecnologico, tuttavia, nell’arco di qualche decennio, l’umanità si vedrà costretta a rivedere il proprio concetto di “impossibile”. L’immortalità si rivelerà impossibile come andare sulla Luna, garantisce Drexler che, aggiornando la relatività delle convinzioni, vuol rimarcare come ciò che per secoli è stato considerato l’impossibile per antonomasia da un giorno all’altro può rivelarsi fattibile e a portata di mano.

Strani futuri si aprono, contenendo mondi al di là della nostra immaginazione. Se abbiamo successo (e se tu sopravvivi) allora tu potresti essere onorato con domande interminabili da parte di seccanti pronipoti: “Come si stava quando eri ragazzino, ancora prima del Passaggio?”, “Com’era diventare vecchi?”, “Cosa pensavi quando hai sentito che il Passaggio stava arrivando?” e “Che cosa facesti allora?”. Rispondendo, tu racconterai ancora una volta la favola di come il futuro fu vinto [8].

La convinzioni di Drexler è perentoria e quando il giornalista J. Garreau, in un colloquio privato riportato su Radical Evolution, chiede allo scienziato per estirpare ogni ambiguità: «Insomma, Lei crede nell’immortalità?», Drexler, a cui non difetta certo la sagacia, replica: «Dipende da cosa si intende per immortalità: esiste pur sempre il decadimento protonico» [9]. Come dire che l’unico vincolo strutturale alla imminente immortalità dell’uomo è la sussistenza del sistema solare.

Va ad “impreziosire” il novero dei filosofi dell’immortalità il nome di Marvin Minsky, storico fondatore del Massachusetts Institute of Technology, autore di La società delle menti [10] - uno dei testi di riferimento per gli studi nelle scienze cognitive -, già alla fine degli anni ‘60 icona dell’Intelligenza artificiale, quando il regista Stanley Kubrick lo richiese come consulente scientifico per Hal 9000 nel suo 2001 Odissea nello spazio.

Il testo in cui Minsky si espone maggiormente sul tema è un articolo del 1994 dal titolo Will Robots Inherit the Earth? (saranno i robot ad ereditare la Terra?) di proditoria rifrazione evangelica. L’andamento del breve saggio è meno tecnico rispetto alle opere dei precedenti autori; si incentra sullo sviluppo dei dispositivi tecnologici da innestare nell’organismo umano - che non dovranno limitarsi, nel prossimo futuro, a ripristinare funzioni perdute, piuttosto a introdurre potenzialità oltre-umane - e riserva un considerevole spazio a riflessioni di natura morale, osservando come nessun sistema etico sia minimamente pronto a collocare le sfide che già oggi ci vengono incontro. Il prossimo passo della corsa delle conquiste scientifiche che l’umanità ha ormai nell’orizzonte ottico, avverte Minsky, è l’emancipazione dai vincoli biologici:

Una volta liberati dalle limitazioni della biologia, saremo capaci di decidere la lunghezza delle nostre vite – con l’opzione dell’immortalità – e scegliere, tra l’altro, capacità pure esse non immaginabili [11].

Will Robots Inherit the Earth? pone, verso la conclusione, un’annotazione di tenore autobiografico. Minsky confessa di aver sottoposto l’idea alla base dell’articolo a numerosi gruppi di amici, studenti, uditori, prima della sua pubblicazione. L’esito fu inaspettato e perturbante per l’autore:

Sono rimasto stupito di scoprire che almeno ¾ degli uditori sembrava sentire la durata della vita già fin troppo lunga. ‘Perché uno dovrebbe voler vivere 500 anni? Non sarebbe noioso? Cosa faresti con tutto quel tempo?’, chiedevano. Era come se, segretamente, temessero di non meritare di vivere così a lungo. Trovo piuttosto inquietante che così tanta gente sia rassegnata a morire. Non potrebbe essere pericolosa quella gente che sente di non avere molto da perdere? [12].

Una delle caratteristiche maggiori delle filosofie dell’immortalità consiste nel fatto che i vari filoni possiedono peculiarità fortemente marcate e pretendono di raggiungere l’obiettivo con strategie diverse.

Gerald Jay Sussman, ingegnere del MIT, ad esempio, profila la soluzione divulgata con il massimo dettaglio da Hans Moravec: il fantascientifico download delle attività cerebrali dalla scatola cranica ad un computer. Sussman si rende conto di essere quantomeno un po’ in anticipo sul proprio tempo e non può che esprimere il suo sconfortato rammarico: «Ognuno vorrebbe essere immortale. Ho paura, sfortunatamente, di far parte dell’ultima generazione che morirà» [13].

Il biologo molecolare John Sulston, uno dei direttori del Progetto Genoma, Nobel per la medicina del 2002, invece, percorre la via della genetica e dell’impiantistica nanomedica. Su questa strada le innovazioni sono all’ordine del giorno e, da questa prospettiva, egli riesce a vedere «una sorta di immortalità già dietro l’angolo» [14].

Anche nella pubblicistica italiana l’idea ha fatto recentemente capolino, con un approccio assai più timido che ha preso la forma del punto interrogativo in fondo al titolo del libro di E. Boncinelli e G. Sciarretta, appunto, Verso l’immortalità? [15]. Un’incertezza che si rivela anche nell’avvertenza del filosofo messicano Naief Yehya al suo El cuerpo transformado, dove annota come le tecnologie bioniche che sono già all’opera «ci permetteranno probabilmente in un prossimo futuro di sfuggire alla morte, alla vecchiaia e alla sofferenza» [16].

Un capoverso a parte è da riservare al biogerontologo attualmente più in voga, Aubrey de Grey, con le sue sette “strategies for engineered negligible senescence”, una metodologia di ricerca biomedica articolata in sette azioni per rendere irrilevanti gli agenti dell’invecchiamento. Da quando la rivista del MIT, Technology Review, ha messo una “taglia” per chi cattura una falla nelle argomentazioni di De Grey, l’eco delle sue sette strategie ha ampliato il suo raggio, la sua Methusalem Foundation ha potenziato il lavoro ed egli è divenuto per molti “il paladino dell’immortalità”. Riscossa o meno la “taglia”, le critiche al programma di De Grey non si sono fatte attendere come quelle espresse, ad esempio, in Italia da R. Bernabei in un recente numero di Vita e Pensiero [17]. Da un punto di vista strettamente filosofico, tuttavia, è paradossalmente irrilevante la fondatezza della promessa di immortalità terrena. Nessuno, infatti, ha potuto riscontrare la veridicità del principio di Nietzsche circa la morte di Dio, ma, filosoficamente, il dato rilevante è che generazioni di nichilisti vi hanno creduto e hanno calibrato il loro stile di vita su tale convinzione; nessuno, parimenti, ha mai verificato nella sua purezza e pienezza l’utopia sociale di Marx, ma il dato rilevante è che generazioni di persone vi hanno creduto e hanno combattuto drammaticamente per essa. Così per le filosofie dell’immortalità, a prescindere dalla realizzabilità della fantascientifica ipotesi, il segno filosoficamente importante è che, in primo luogo, questa idea sia sorta e che, in seconda istanza, essa vada diffondendosi, suggerendo alle persone di saggiare percorsi mentali e valutazioni etiche totalmente nuove e inconcepibili per l’uomo fino a qualche anno fa.

I corollari

La tesi filosofica dell’immortalità reca con sé una serie di corollari che fungono da supporto e che comportano una profonda modifica dei concetti tradizionali di “natura umana”  e di “storia”.

I. «E’ naturale, quindi migliorabile»

Il primo corollario investe centralmente il concetto di “natura” e, in un’area concentricamente più stretta, quello di “natura umana”. Kurzweil fa notare quanto sia marcata la distanza tra la visione attuale e quella rinascimentale:

Nel XV secolo, Leonardo da Vinci scriveva che ‘l’ingegnosità umana può fare varie invenzioni, ma non escogiterà mai invenzioni più belle, né più semplici, né più adatte allo scopo della natura, perché nelle invenzioni della natura nulla manca e nulla è superfluo’. Noi condividiamo il senso di meraviglia di Leonardo per i design biologici, ma non siamo d’accordo con lui circa la nostra incapacità di perfezionare l’opera della natura. Leonardo non conosceva la nanotecnologia e risulta che la natura, nonostante la sua manifesta creatività, sia significativamente subottimale [18].

Il tempo in cui il bimbo “idolatrizza” i propri genitori termina con la nuova fase di crescita; lo stesso sembra configurarsi nel rapporto tra un’umanità “cresciuta” e “Madre Natura”. Se in epoche precedenti essa era cantata come perfetta, provvidenziale e fonte di armonia, oggi non si lesinano critiche nei suoi confronti: essa è lenta, parca nei suoi doni spontanei, casuale nei suoi progressi, poco coraggiosa nella sua attenzione a troppi equilibri, «significativamente subottimale», insomma. Il corpo umano diventa l’emblema di tutte queste limitazioni. Secondo Moravec, esso è un coacervo di difetti e mancanze, energeticamente poco economico e tollerante di una gamma ridottissima di valori nella pressione, nella temperatura e nella radiazione. Non è un caso, dunque, che sia stato coniato il termine “algenia” e che Jeremy Rifkin, nel suo famoso Il secolo biotech, lo adotti come insegna della visione antropologica del nuovo millennio. L’algenia è il nuovo volto dell’alchimia, un’opportunità-utopia fornita dalle tecniche di ricombinazione di materiali genetici.

Per la maggior parte dell’era della pirotecnologia, l’alchimia è servita sia da cornice filosofica sia da guida concettuale. L’algenia molto probabilmente costituirà una nuova prospettiva filosofica e la metafora dominante del secolo della biotecnologia. (…)

Algenia significa cambiare l’essenza di una cosa vivente, migliorare gli organismi viventi, progettarne di nuovi. Ma l’algenia è molto di più. E’ il tentativo dell’umanità di dare un significato metafisico ai suoi rapporti tecnologici emergenti con la natura. E’ un modo di pensare la natura [19].

Se le antiche scuole alchemiche interpretavano alla lettera la formula di Meister Eckhart: «il rame non si acquieta finché non diventa oro», le nuove filosofie “algeniche” leggono in essa una profezia sulla natura dell’uomo: di bassa lega nella sua infanzia, perfetta nell’imminente età adulta. E una natura perfetta non può non contemplare tra le sue virtù anche l’immortalità.

La prefigurazione algenica di Rifkin cadeva alla fine degli anni ’90 quando gli scienziati del Progetto Genoma non vedevano neppure all’orizzonte la loro meta e imponderabili erano le conquiste conseguite in appena dieci anni, a rendere ragione a coloro che computano con calcolo esponenziale il livello di crescita del progresso scientifico-tecnologico e che prevedono, come Kurzweil, che «nel XXI secolo saranno compressi 20.000 anni di progresso al tasso corrente» [20].

E’ proprio nel confronto con il bolide tecnologico che il concetto di “natura” sembra improvvisamente raggrinzire e passare di moda. «Siccome crediamo profondamente nella tecnologia, non possiamo continuare a credere nella natura», scrivono con disarmante consequenzialità R. Davis-Floyd e J. Dumit che, in Cyborg Babies, propugnano una filosofia medica dove perfino il tempo di vita del bambino nel grembo materno diventa un arcaico, oscuro e minaccioso affidarsi in balia della natura, da modificare e attualizzare il più presto possibile [21]. «Quando il corpo diventa territorio di sperimentazione e manipolazione cade il mito della sua naturalità», suggella Donna Haraway nel Manifesto Cyborg [22].

«L’uomo è ciò che più perfetto in natura» sentenziava san Tommaso nella Summa Theologiae (I, 29, 3): un concetto di perfezione ben diverso è presente nelle contemporanee visioni filosofiche, dove l’uomo e la natura vengono percepiti come progetti a malapena abbozzati, da dirigere verso una loro adeguata compiutezza.

II. «Da prodotti dell’evoluzione ad agenti dell’evoluzione»

Alcuni rami delle filosofie dell’immortalità sono strettamente imparentati con la cybercultura. Come già spiegava Norbert Wiener in Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, «il termine “cibernetica” deriva dal greco e significa arte del pilota o del timoniere» [23]. In questo contesto, l’entità che l’uomo ha ora gli strumenti per pilotare e governare è proprio l’evoluzione. Il concetto, già diffusamente condiviso, è stato recentemente e in maniera icastica raffigurato dal divulgatore scientifico Chip Walter:

La nostra situazione attuale non è simile ad alcunché la natura abbia visto finora, perché noi non siamo solo un prodotto dell’evoluzione, ora siamo anche agenti dell’evoluzione di noi stessi. (…)

Non più homo sapiens, ma cyber sapiens. Vogliamo diventare creature capaci di guidare la nostra stessa evoluzione [24].

Nell’epilogo del libro, l’autore affronta due aspetti decisivi: l’implausibilità del fenomeno e la libertà dell’uomo nella situazione in cui si trova coinvolto. «E’ tutto troppo implausibile?», si chiede frontalmente Walter. E si risponde: pensiamo a come ad un certo momento i geni sono venuti all’esistenza, oppure pensiamo a come dalla composizione delle cellule neurali, d’improvviso, per la prima volta, sia scaturita un’idea, la prima forma di pensiero. Il fatto è che l’evoluzione ha presieduto alle cose più strane, «l’evoluzione è l’implausibile per eccellenza». Questa condizione lascia la sua impronta anche nella seconda tematica, ovvero sullo specifico ruolo dell’uomo in tutta questa storia. Quali i contributi e le aspettative, incalza l’autore, e perché dovremo abbandonare il vecchio sistema per uno nuovo e incognito. «Perché, alla fine, non avremo realmente scelta» [25]. Anche in questo caso Kurzweil insegna: a decidere tutto questo non è stato l’essere umano, ma, condotti oramai a questo punto, non dobbiamo tirarci indietro. L’uomo può e deve divenire la guida dell’evoluzione e, per farlo, occorre in primo luogo ribaltare il rapporto finora instaurato dalla natura tra sopravvivenza di specie e sopravvivenza dell’individuo. Nel salvaguardare la sussistenza della specie, l’evoluzione non ha mai avuto bisogno di quel componente che non ha più potenzialità riproduttive; esso anzi diviene un inutile peso. Perciò i geni utili ad un’estensione significative della vita sono stati vittime della selezione naturale. Adesso, però e finalmente, aggiunge Kurzweil, non è più la legge della selezione naturale ad imperare, ma la selezione umana e così sarà l’individuo a sopravvivere, proprio a patto che abbia il coraggio di rinunciare ad alcune caratteristiche della specie, che altro non sono, poi, che le sue limitazioni [26]. «Selezione innaturale», la denomina avvedutamente Minsky [27].

E quando sarà l’uomo a prendere in mano il timone, verso quale porto dirigerà la nave dell’evoluzione? Il filosofo inglese David Pearce non teme di scandire quella parola che a molti suoi colleghi, seppur di fede non ferrea, incute ancora un po’ di timore reverenziale: paradiso. The Hedonistic Imperative [28], il libro virtuale di Pearce dagli intenti certo non celati, vuol porre le fondamenta di una disciplina chiamata «paradise engineering», appunto, l’ingegneria del paradiso. Pearce spiega che l’ostilità istintiva a questo programma trova i suoi ultimi rappresentanti solo negli individui «emozionalmente primitivi» di questa generazione; osserva che affannarsi nel tentare di trovare un valore nella sofferenza e nella morte è solo frutto della più vana ingenuità umana; avverte che «l’agenda post-darwiniana» impone di liberarci gioiosamente del nostro passato genetico, perché «un paradiso secolare e naturalistico di eterna felicità è biotecnologicamente realizzabile» [29].

III «Tutto si corrompe, tranne l’informazione»

Un propulsore determinante per avvicinare il pensiero dell’immortalità è stato certamente la riflessione sul concetto di “informazione”, la cui natura sta coprendo, sotto diversi profili, il ruolo che giocava il concetto di “cosa in sé” kantiana nella filosofia sette-ottocentesca. Colui che si è affacciato con maggior audacia da questo versante è probabilmente Nicholas Negroponte, informatico di fama mondiale.

Un satellite capta, elabora e trasmette dallo spazio dati, ad esempio, meteorologici.  A terra, l’uomo riceve cascate di bit, «il più piccolo elemento atomico del Dna dell’informazione» [30], una serie di 1 e 0, e li diffonde per voce via radio, in grafici sui giornali, in immagini in movimento sulle televisioni. Questi, però, non sono che schemi di rappresentazione buoni per le forme della sensibilità dell’uomo; ciò in cui la realtà consiste veramente è quella sequenza di bit, entità «senza colore, senza dimensione, senza peso, capaci di viaggiare alla velocità della luce» [31]. «It from bit» è il primo assioma delle nuove filosofie: l’informazione come fonte della realtà, come moderno archè, oltreché come noumeno.

Il passaggio dagli atomi ai bit, come io chiamo questa evoluzione, è irreversibile e inarrestabile. (…)

L’informatica non riguarda solo il computer, essa è un modo di vivere [32].

Per l’argomento presente, poi, l’informazione possiede un’altra caratteristica che la rende così unica: in se stessa non si corrompe e non è toccata dal tempo.

A differenza dei beni materiali, l’informazione non scompare quando viene consumata. Essa può essere amplificata indefinitamente da addizioni di nuove informazioni, cosicché le persone continueranno ad utilizzarla anche dopo che questa è stata già usata, scrive Yoneji Masuda, uno dei più importanti progettisti della “Società dell’informazione” giapponese [33].

Quando a questo si somma il secondo principio di quello che Jaron Lanier chiama l’“ideologia cibernetica”: «le persone non sono altro che patterns informazionali», il risultato è immediato e il sillogismo si chiude. Se l’uomo non è altro che un modello di informazioni e le informazioni non si corrompono, ergo anche l’uomo può vivere in eterno. L’informazione non perisce ribattono, dall’altra parte del tavolo, taluni scienziati della genetica intenti a clonare il Dna mitocondriale di una mummia di 5.000 anni fa o a enfatizzare la possibilità di costruire “linee” cellulari immortali bloccando le cellule staminali in un determinato stadio di sviluppo [34].

La chiave di volta, come accade di consueto, consiste nella potenza plasmante che le metafore sviluppano nella mente dell’uomo che, sulla base di poche immagini, tende ad organizzare l’intero cosmo delle sue conoscenze. La metafora di epoca newtoniana del cuore umano come una pompa ha gradualmente condotto ad una visione meccanicistica dell’intero essere umano, fino alla visione estrema dell’Uomo-macchina. La metafora antropologica di oggi ha iniziato a dilatarsi quando al computer è stato assegnato l’appellativo di “cervello elettronico” e lo studio dei sistemi di elaborazione è stato denominato “Intelligenza artificiale”. Con la specializzazione degli studi nel settore, la metafora si è presto ribaltata ed è stata la mente dell’uomo a venir rappresentata sul modello di un elaboratore informatico. «La mente sta al cervello come il software sta all’hardware», scriveva Hilary Putnam in una delle prime stratificazioni del principio [35]. La mente e il computer, intitolava P. N. Johnson-Laird uno dei testi più citati nel settore degli anni ‘80 [36]. Il cervello è solo «un sistema di elaborazione di informazioni che non fa nulla che non possa fare un altro sistema di elaborazione», ribadisce Daniel Hillis in una silloge di metà anni ‘90 [37]. Quando anche la genetica adotta la metafora – ad esempio, Freeman Dyson: «la proteina è l’hardware, gli acidi nucleici il software» [38] - lo scenario è completato e a buon diritto Neil Postman, in Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, può concludere che «il computer ha ridefinito l’essenza dell’uomo» [39]. Uno degli esiti è il destabilizzante motivo del presente articolo.

Non ci sarà da meravigliarsi se prossimamente sentiremo parlare di Dio come somma di tutte le informazioni, del “fiat lux” creatore come un codice di inizializzazione del programma “Cosmo”, dell’anima forma corporis come di un pattern cibernetico del corpo umano e della resurrezione come una restituzione di tale pattern a nuova materia [40]. Quest’ultima definizione, ovviamente, interesserà unicamente coloro che credono la resurrezione ancora necessaria per vivere in eterno.

Sembra difficile rapportarsi ad un tema di simile portata con il giusto equilibrio.

Se si supera il primo impatto di star leggendo una trama buona solo per romanzi di fantascienza, allora si ha l’impressione di non essere in grado, con la riflessione, di “circumnavigare” – per così dire – tutte le evocazioni e le conseguenze implicite al principio delle nuove filosofie. Da una parte, i richiami di onnipotenza, sempre estremamente funesti nella storia dell'uomo, muovono ad una reazione di rifiuto e di condanna; dall’altra, le conquiste dell’intelligenza, che rendono l’uomo sempre più degno dell’immagine da cui sono segnati e avvicinano il “nuovo regno”, non possono che essere ammirate e accolte perfino con gratitudine.

L’oscillazione tra i due estremi è troppo estesa per essere analizzata in tutte le sue gradazioni. Il peso determinante, probabilmente, sarà rappresentato dal ruolo che copriranno in questo futuro la spiritualità e la verità.

Già si presentano riflessioni di vario segno su questo aspetto. Se la tendenza profilata dovesse consolidarsi, non mancheranno certo le occasioni per approfondirle.


[1] R. KURZWEIL-T. GROSSMAN, Fantastic Voyage: Live Long Enough to Live Forever, Rodale Press, New York 2004, 3. Le opere di Kurzweil non sono tradotte in italiano. In compenso sono già tradotti alcuni libri che ne celebrano la “genialità” [qui una traduzione parziale di Fantastic Voyage, su Estropico]. Cfr. S. WILLIAMS, Storia dell’Intelligenza Artificiale. La battaglia per la conquista della scienza del XXI secolo, Garzanti, Milano 2003, 55-70; J. GARREAU, Radical Evolution. Corpo, mente, anima: come genetica, robotica e nanotecnologia stanno cambiando il nostro futuro, Sperling & Kupfer, Milano 2007, 89-108. Garreau definisce curiosamente Kurzweil «il Giovanni Battista dei tecnologi» (p. 99).

[2] R. KURZWEIL-T. GROSSMAN, Fantastic Voyage, cit., 3.

[3] Ib., 14-17.

[4] Ib., 25.

[5] R. KURZWEIL, Never Die. Sintesi dell’intervento e della relativa intervista da parte di “Wired” in www.wired.com/news/culture.

[6] D. DENNETT, Darwin’s dangerous Idea, Simon and Schuster, New York 1995; t. i., L’idea pericolosa di Darwin, Boringhieri, Torino, 1997.

[8] E. DREXLER, Engines of Creation: The Coming Era of Technology, Anchor Books, New York 1986, 303. [qui in versione italiana, su Estropico]

[9] J. GARREAU, Radical Evolution, cit., 126.

[10] M. MINSKY, The Society of Minds, 1985: t. i., La società delle menti, Adelphi, Milano 1989.

[11] M. MINSKY, “Will Robots Inherit the Earth?”, in Scientific American, 271, 4, 1994, 109.

[12] Ib., 113.

[13] Conversazione con G. J. SUSSMAN, in G. FJERMEDAL, The Tomorrow Makers: A Brave New World of Living-Brain Machines, Macmillan, New York 1986, 259. Cfr. H. MORAVEC, Mind Children: The Future of Robot and Human Intelligence, Harvard University Press, Massachusetts 1995, 109.

[14] J. SULSTON, Clinical Cures aren’t Enough, in H. SWAIN, Big Questions in Sciences, Jonathan Cape, Londra 2002, 159.

[15] E. BONCINELLI-G. SCIARRETTA, Verso l’immortalità? La scienza e il sogno di vincere il tempo, R. Cortina, Milano 2005.

[16] N. YEHYA, El cuerpo transformado, Paidos Mexicana, 2001; t. i., Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza, Eleuthera 2004, 15.

[17] R. BERNABEI, “La durata della vita: 120 anni o più?”, Vita e Pensiero, 5, 2007, 93-100.

[18] R. KURZWEIL-T. GROSSMAN, Fantastic Voyage, cit., 14.

[19] J. RIFKIN, The Biotech Century, 1998; t. i., Il secolo biotech, Baldini e Castoldi, Milano 1998, 67-68.

[20] R. KURZWEIL-T. GROSSMAN, Fantastic Voyage, cit.,  5.

[21] R. DAVIS-FLOYD E J. DUMIT, Ciborg Babies, Routledge, New York- Londra 1998,  9.

[22] D. HARAWAY, A Cyborg Manifesto, in Simians, Cyborgs and Women: The Reinventation of Nature, Routledge, New York 1991, 150; t. i., Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1995.

[23] N. WIENER, Cybernetic. The Human Use of Human Beings, Houghton Mifflin, Boston 1950; t. i., Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Boringhieri, Torino 1966, 23.

[24] C. WALTER, Thumbs, Toes, Tears, and Other Traits that Make Us Human, Walker Books, New York 2006, 283 e 286.

[25] Ib, p. 284-289.

[26] R. KURZWEIL-T. GROSSMAN, Fantastic Voyage, cit., 26.

[27] M. MINSKY, “Will Robots Inherit the Earth?”, cit., 111.

[28] D. PEARCE, The Hedonistic Imperative, www.hedweb.com [qui una traduzione parziale, su Estropico.com]

[29] Ib.

[30] N. NEGROPONTE, Being digital, 1995; t. i., Essere digitale, Sperling & Kupfer, Milano 1995, 3.

[31] Ib., 4. L’argomento si distende nelle pp. 3- 69.

[32] Ib., pp. X e XII.

[33] Y. MASUDA, Managing in the Information Society, Word Future Society, Washington D. C. 1980, 150.

[34] Cfr. l’ultimo numero del 1999 di Science che ha dedicato la copertina a tale evento nominandolo scoperta dell’anno.

[35] H. PUTNAM, “Minds and Machines”, in S. HOOK (a cura di), Dimensions of Mind, Collier Books, New York 1960; t. i., “Menti e macchine”, in H. PUTNAM, Mente linguaggio e realtà, Adelphi, Milano 1987, 7.

[36] P. N. JOHNSON-LAIRD, The Computer and the Mind, Harvard University Press, Massachusetts 1988; t. i., La mente e il computer. Introduzione alla scienza cognitiva, Il Mulino, Bologna 1990.

[37] D. HILLIS, Close to Singularity, in J. BROCKMAN (a cura di), The Third Culture, Touchstone, New York 1995; t. i., La terza cultura: oltre la rivoluzione scientifica, Garzanti, Milano 1999, 380.

[38] F. DYSON, The Origin of the Life, Cambridge University Press, Cambridge 1985, 6. Alla codificazione di Dyson si accompagna uno stuolo di varianti del principio che non sembra necessario citare.

[39] N. POSTMAN, Technopoly. The Surrender of Culture to Technology, Vintage, New York 1993, 111. La traduzione italiana è presso Boringhieri, Torino 1993.

[40] Prove tecniche in tal senso in F. TIPLER, The Physics of Immortality. Modern Cosmology, God and the Ressurection of the Dead, Doubledge, New York 1994; t. i., La fisica dell’immortalità. Dio, la cosmologia e la resurrezione dei morti, Mondadori, Milano 1995.

Immagine: SeeYouLaterGrandfatherAndThanks, by felizberto - Emmanuel Avetta

 

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