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L'idea dell’immortalità terrena. Una nuova sfida per la teologia. Intervento di Andrea Vaccaro
Filosofia - Estropia / Transumanesimo

Settimana Teologica, Pistoia, 7 settembre 2009
Prima giornata
Intervento di Andrea Vaccaro (stralci)

In questi giorni mi ripetevo: devi ricordare.

Oramai sono 3-4 anni che studio materiali relativi all’argomento dell’immortalità terrena e per me è pressoché un’idea scontata, tante sono le attestazioni in tal senso che ho gradualmente raccolto. Eppure ci deve essere pur stato il momento in cui per la prima volta ho letto una tale notizia. Il mio sforzo di memoria riguardava proprio quel momento: cosa avevo pensato allora, quale era stata la mia reazione primigenia?

Non sono riuscito a ricostruire il tutto, comunque la sintesi di pensieri ed emozioni di quel momento si può sintetizzare in una formula non del tutto consona ad un consesso di questo genere, ma estremamente diretta: questo autore è del tutto stupido! Come può fare un’affermazione del genere?!

Poi, a quell’autore se ne è però aggiunto un secondo, e un terzo e così via. Autori particolari che parlavano da settori di ricerca altrettanto particolari, discipline che ai tempi in cui io frequentavo l’università non esisteva neppure la Facoltà: bioinformatica, nanotecnologia, neuroscienze, ingegneria cognitiva…

Autori, peraltro, che rappresentavano i livelli di eccellenza delle loro aree di ricerca: ricchi di riconoscimenti come premi Nobel, direttori dei più avanzati laboratori di ricerca (quelli che ricevono mega-finanziamenti dai settori pubblici e privati), scopritori e inventori di strumentazioni tecnologico-scientifiche più sofisticate, come quelle coinvolte nel Progetto Genoma o nella creazione del microscopio capace di muovere un atomo alla volta o nella realizzazione del computer in grado di operare un milione di miliardi di operazione al secondo.

Autori, insomma, che nel loro settore di ricerca si sono evidenziati per aver visto le idee prima degli altri: ebbene questi stessi adesso concordano nel vedere all’orizzonte un unico evento, quello dell’immortalità terrena.

Dopo un percorso di alcuni anni, ho dovuto pentirmi di quel giudizio peregrino dato a quel fantomatico primo autore: egli non era più così stupido, anzi, forse, era diventato il più intelligente.

Mi è capitato di parlare già qualche volta in pubblico di questa tematica e ho notato che una serie di obiezioni costituiscono la prima reazione ad una notizia del genere.

Nel mondo cattolico una obiezione molto comune suona: “sì, ma anche se fosse, non sarebbe mai quel paradiso che promette la religione”. A me sembra un eccesso di difesa, un meccanismo che tra l’altro finisce per trasformare una buona notizia in una minaccia o una provocazione. Eppure, nessuno (quasi nessuno), prevedendo e lavorando per l’immortalità terrena vuol sfidare il Creatore o sostituirsi alla sua fede.

Una seconda obiezione: “che me ne farei di una vita che non finisce mai!”, e questa purtroppo la dice lunga sul senso e sul valore che ciascuno di noi assegna alla propria vita.

Una terza, da persone con spiccate propensioni amministrative, mette in evidenza il problema delle pensioni: “come si reggerà l’ente previdenziale”, ed è un po’ come se, al momento del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Pietro si avvicinasse al Maestro e dicesse: “forse è meglio evitare, perché il sindacato dei fornai e dei pescivendoli minaccia uno sciopero”.

La vera causa, probabilmente, sta nell’esperienza che della morte ciascuno di noi da piccolo fa per la prima volta: un’esperienza lancinante, terribile, che non si riesce minimamente a comprendere o a elaborare. In quel momento, poi, non possiamo che rassegnarci, mettiamo questo dato in un cassetto ben chiuso e tanta è la sofferenza che ci chiudiamo dentro che non abbiamo più voglia o coraggio di ritoccarlo. Lo prendiamo come un fatto, punto e basta.

Al di là di questi discorsetti, dobbiamo passare alla vera doccia per il cervello, ovvero rinfrescare il nostro circuito di pensiero talvolta piuttosto ripetitivo con questa nuova idea, capace di spostare e rinnovare molte categorie.

Se anche fosse tutto una ingiustificata falsità, questo nuovo ospite del pensiero sarebbe comunque da considerare. L’altro secolo fu tutto segnato da uno slogan filosofico non provato, quello nietzchiano del “Dio è morto”. Di Dio non è stato trovato il cadavere eppure il nichilismo ha segnato tutto il Novecento. Al limite, per i più scettici, la questione può essere accolta solo come un esercizio filosofico.

In molti non la pensano assolutamente così.

Prendiamo il portavessillo di questa idea, l’autore certamente più convinto e convincente: Ray Kurzweil. Tra tutti gli aspetti che potrebbero essere prescelti della sua tipica impostazione, assumiamo il concetto della crescita esponenziale del progresso tecnologico. Negli anni Sessanta un ingegnere della Ibm, Gordon Moore scoprì che il tasso di crescita delle potenzialità di un circuito integrato raddoppiava circa ogni anno. Kurzweil sembra ampliare questa legge all’intero cosmo tecnologico. Il progresso è tangibile, meno percepibile è che questo va accelerando, cioè che ogni anno viene reduplicato e raddoppiato tutto il percorso che la tecnologia ha fin qui fatto. Pensiamo a tutta la strada che la tecnologia ha fatto dal suo inizio fino ad oggi, più di 40 anni che ce ne hanno fatte vedere di cose: ebbene, il 2010 farà un tragitto pari a tutti questi 40 anni e 2011 lo raddoppierà ancora. L’immagine dell’inventore del gioco degli scacchi è forse quella che rende l’idea nella maniera più diretta. Con questo tasso di progresso, anche quello che sembra lontanissima e remota possibilità all’improvviso si avvicina e sembra quasi a portata di mano. Pensiamo agli esempi del Progetto Genoma o alle prestazioni dei supercomputer.

Doveroso parlare quindi di E. Drexler…

Riferimento a Marvin Minsky…

Una battuta di De Grey, rivolta principalmente ai religiosi, dice pressappoco: non pensate con l’immortalità di fare un discorso a Dio, perché se davvero Dio vuol toglierci da questo mondo un modo lo trova sempre.

Ma, e qui si apre seriamente una riflessione teologica, vuole il Creatore toglierci davvero da questo mondo?

Credo che questa domanda vada incorniciata in due contesti: nel rapporto cristianesimo-scienza e nel rapporto cristianesimo-vecchio testamento.

Per quanto riguarda il primo rapporto, credo che oggi guardare la questione nel modo tradizionale sia inammissibile. In questi decenni scienza e teologia hanno percorso un tragitto così ampio che se uno scienziato trova motivi di contrapposizione con il cristianesimo vuol dire che vede ancora il vecchio volto della religione e, reciprocamente, se un cristiano teme ancora qualcosa dalla scienza ha dinanzi il vecchio volto della scienza. Scienza e teologia: due forme di conoscenza, la prima rivolta all’oggettività, l’altra al mondo dell’interiorità o della spiritualità. Quando mai c’è da temere della conoscenza? Anzi, ciascuna non può che essere compiaciuta di ogni nuova conquista dell’altra, per un sapere davvero rotondo.

Per il rapporto cristianesimo-vecchio testamento, tra i due, si sa, continuità, complementarietà, reciproca illuminazione così come fra i due “popoli” (ebrei-cristiani) di cui è ormai irrinunciabile il rapporto di fratellanza, dove gli ebrei sono riconosciuti essere i nostri “fratelli maggiori”. Eppure, questa grande vicinanza non deve far trascurare anche motivi di distinzione, come il sinedrio ebbe modo di ben sottolineare ai tempi di Gesù.

Ecco, credo che dinanzi a notizie come quelle di cui stiamo trattando si insinui sempre un sotterraneo timore che proviene dalla storia di Adamo ed Eva così come da tutti i miti antichi che parlano di eroi che rubano il fuoco agli dei e finiscono univocamente in tragedia. Capisco che la sacra Scrittura è un libro molto impegnativo e magari cominciamo a leggerlo: genesi, creazione, Adamo … e poi lo riponiamo per una polverosa pausa e pensiamo di essercene fatti un’idea. Però occorrerebbe arrivare perlomeno fino ai vangeli per entrare nello spirito del cristianesimo. E’ vero l’antico, direi l’antichissimo Testamento ci racconta di un Dio che interviene aspramente contro l’afflato dell’uomo di crescere di dimensione, ci racconta l’ira e la maledizione del lavoro, del dolore e della morte per questo “attentato”. Se ne può ragionare, ma è difficile negare che questo racconta di un Dio geloso della propria trascendenza, che non vuol mostrare il suo volto tanto è superiore alla sua creatura. Quanta differenza con il Dio del nuovo Testamento, di un Dio che vuol stare al contrario così vicino all’uomo da incarnarsi, per far vedere non solo il suo volto, ma tutta la persona, che viene così incontro al desiderio dell’uomo di crescere e trascendere da farsi uomo – egli, Dio – affinché l’uomo possa diventare Dio, secondo la formula così felice che i Padri della Chiesa ripetevano come un refrain. Nel VT Dio punisce l’uomo che vuol diventare Dio; nel NT è Dio che addirittura fa il primo passo, prende per mano, trascina l’uomo alla sua dimensione divina. Nel VT Dio confonde le lingue dei costruttori della Torre di Babele perché volevano toccare il cielo; nel NT il giorno di Pentecoste porta agli apostoli il dono della glossolalia perché insieme realizzino la missione universale di portare il cielo in mezzo agli uomini. E’ questo il messaggio forte del cristianesimo.

Dal Concilio Vaticano II questa strada è intrapresa senza possibilità di ripensamento: quell’escatologia che per secoli è stata dipinta come un’attesa dove Dio è il protagonista assoluto e gli uomini pecorelle passive è stata fortemente rinnovata con l’immagine dell’uomo collaboratore di Dio nella realizzazione del Regno. L’uomo deve lavorare per il regno, deve prepararlo anziché attenderlo, deve avvicinarlo, possibilmente anticiparlo. L’idea dell’immortalità terrena potrebbe essere visto anche come un passo in questa direzione.

Come è dipinto classicamente il regno di Dio? Salute senza sofferenza, vita senza morte, giustizia senza peccato, pace senza contrasti. Il mondo promesso dalla tecnoscienza non è esaustivo: al momento ci promette salute e vita infinita. Mancano alcuni elementi, ma non è un grosso problema: per la giustizia sociale abbiamo i politici la cui vocazione non può che essere il bene comune; per la pace spirituale ci siamo noi cristiani che siamo così tanti e abbiamo come scopo fondamentale quello di trovare la quiete nella nostra interiorità in modo da irradiarla ad ogni persona che ci capita di avere accanto in ogni circostanza.


Per altro materiale sul tema, torna alla pagina dello speciale di Estropico dedicato alla Settimana Teologica di Pistoia: L'idea dell'immortalità terrena. Una nuova sfida per la teologia.

Vedi anche: L'ultimo esorcismo. Filosofie dell'immortalità terrena. Di Andrea Vaccaro (estratti, su Estropico)

 

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