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Il momento Eureka. Il primo capitolo di Ending Aging, di Aubrey de Grey e Michael Rae
Tecnoscienza - Longevismo

Erano le quattro di mattina, in California, ma il mio corpo continuava a farmi presente che a Cambridge era ancora mezzogiorno. Ero sfinito dal volo intercontinentale e da una giornata intera spesa discutendo con alcune delle più influenti personalità nel campo della biogerontologia, ad un evento per soli invitati - una "officina delle idee" sul tema di come combattere l'invecchiamento. Fra i presenti, il biologo evolutivo Michael Rose, gli esperti di restrizione calorica Richard Weindruch e George Roth, il nanotecnologo Robert Freitas e molti altri. Ma ora non riuscivo a dormire: colpa non solo del fuso orario sfasato, ma anche della frustrazione causata da quello che per me era l'esito negativo della giornata - l'assenza di  progresso verso una concreta, realistica roadmap anti-invecchiamento. Ogni volta che stavo per addormentarmi, una domanda sulla natura del metabolismo e dell'invecchiamento si infiltrava nel mio cervello e non mi dava tregua.  

Nel mio stato di insonnolita irritazione, mi sono alzato e ho cominciato ad andare avanti e indietro nella mia stanza, accarezzandomi la barba e rimuginando la questione. Il metabolismo "normale" è semplicemente troppo caotico, come dimostrato dal dibattito che si scatena fra biogerontologi quando si cerca di stabilire quali perturbazioni metaboliche siano le cause dell'invecchiamento e quali invece ne siano gli effetti (o cause secondarie) che potrebbero semplicemente scomparire una volta rimosse le cause principali. Come intervenire positivamente su di un sistema talmente complesso e poco compreso? Sarebbe possibile evitare che un intervento sul metabolismo risulti, come il famoso battere d'ali di una farfalla, in un uragano da qualche altre parte?  

Poi, un'altra idea ha cominciato a formarsi, in un primo momento solo come una vaga nozione. Il vero problema, non è quali siano i processi metabolici che causano il deterioramento dell'invecchiamento, ma il deterioramento stesso. Un quarantenne ha dinanzi a sé meno anni senza malattie o disturbi di quanti ne abbia un ventenne a causa delle differenze nella loro composizione molecolare e cellulare, non a causa dei meccanismi che hanno dato luogo a tali differenze. Concentrandoci sul deterioramento molecolare in sé, fino a che punto potremmo ridurre il numero delle cause sospette di coinvolgimento nell'invecchiamento?  

Beh, mi son detto, perché non buttar giù una lista?  

Ci sono le mutazioni, nei nostri cromosomi, che causano il cancro. C'è la glicazione, cioè la deformazione di proteine da parte del glucosio. Ci sono vari tipi di prodotti di scarto che si accumulano al di fuori della cellula (gli "aggregati extracellulari"): le proteine beta amiloidi, le meno note transtiretine e, presumibilmente, altre sostanze della stessa categoria. C'è anche un accumularsi di "spazzatura" all'interno della cellula (gli "aggregati intracellulari"), come le lipofuscine. C'è la senescenza cellulare,  cioè l'"invecchiamento" delle singole cellule, che risulta in un blocco della crescita e le induce a produrre segnali chimici pericolosi per i loro vicini. E c'è il ridursi delle riserve delle cellule staminali essenziali per la manutenzione e il risanamento dei tessuti.  

E, naturalmente, ci sono mutazioni mitocondriali che sembrano disturbare l'equilibrio biochimico cellulare aumentando lo stress ossidativo. Da anni sono ottimista sul fatto che questo problema potrebbe essere risolto copiando il vulnerabile DNA mitocondriale dal suo posto in "prima linea", cioè all'interno dei mitocondri dove è esposto alla generazione di radicali liberi, a quel bunker che è il nucleo della cellula, dove i danni al DNA sono significativamente più rari.  

Se solo avessimo soluzioni simili a questa per tutti i problemi della mia lista, mi dissi, potremmo ignorare l'"effetto farfalla" associato all'interferire con i processi metabolici di base e potremmo semplicemente eliminare il deterioramento STESSO.  

Hmm.  

Beh, ho pensato, perché diavolo no?!  

Sono tornato alla mia lista. Glicazione delle proteine? Una nuova azienda biotecnologica stava già conducendo degli studi clinici con un farmaco che ha dimostrato la capacità di rompere quelle catene disfunzionali che sono le proteine generate da questo processo. Aggregati extracellulari? Alcuni studi su animali avevano dimostrato che è possibile rimuovere il danno, vaccinando gli animali contro la placca amiloide e lasciando che le loro cellule immunitarie la divorino. In teoria, c'erano già svariati approcci per affrontare la senescenza cellulare, anche se non ero sicuro di quale di essi avrebbe dato dei risultati. Chiunque abbia letto i giornali negli ultimi anni saprà che gli scienziati stavano attivamente studiando un modo per curare la perdita di cellule: le cellule staminali, cresciute in laboratorio come terapia di ringiovanimento cellulare. Lipofuscine? E 'stato a questo punto che ho cominciato a sospettare che quest'idea potesse essere valida, perché solo un anno prima mi era venuta un'idea per eliminare le  lipofuscine che, anche se estremamente radicale, aveva già ottenuto l'entusiastico interesse di alcuni dei migliori ricercatori del settore. Non avevo idee altrettanto radicali  per quanto riguardava il cancro, però. Dovevo quindi affidarmi (almeno per il momento) alla creatività altrui. Ma quello non era un problema: dopo tutto, c'era già un enorme sforzo di ricerca in quella direzione e, come per altri problemi derivanti dalle mutazioni nucleari, ero recentemente giunto alla controintuitiva conclusione che esse non sono, in realtà, una delle cause principali di disfunzione cellulare dovuta all'invecchiamento.  

Ho controllato di nuovo la mia lista e così facendo mi sono sempre più convinto che non mancasse nulla. Facendo combaciare la mia idea per eliminare i rifiuti intracellulari, come le lipofuscine, con l'idea che avevo sostenuto da qualche anno per rendere innocue le mutazioni mitocondriali e con le varie terapie su cui altri stavano lavorando in altre parti del mondo per affrontare la glicazione, l'accumulo di amiloide, la perdita di cellule, le cellule senescenti e il cancro, sembrava proprio che questa fosse una lista completa. Non necessariamente del tutto esauriente, dato che ci potrebbero certamente essere altri problemi con il corpo umano, ma molto probabilmente sufficientemente completa da offrire qualche decennio di vita in più a coloro che fossero già di mezza età all'inizio del trattamento. Il che era un molto più promettente primo passo di tutto ciò che era stato discusso il giorno precedente, o alle molte conferenze a cui avevo partecipato, o negli innumerevoli articoli che avevo divorato negli anni precedenti.  

Per decenni, io e i miei colleghi avevamo studiato l'invecchiamento nello stesso modo in cui gli storici studiano la prima guerra mondiale: come un disperatamente complesso dramma storico su cui ognuno ha una teoria, ma riguardo al quale non si poteva fare assolutamente nulla. Forse inibiti dalla profondamente radicata convinzione che l'invecchiamento è "naturale" e "inevitabile", i biogerontologi si erano distanziati dal resto della comunità biomedica, disorientati dalla complessità del fenomeno che stavano studiando.  

Quella notte, ho spazzato via tutta la complessità, mettendo al suo posto una nuova chiarezza, nella forma di una completa ridefinizione del problema. Per intervenire sull'invecchiamento, avevo realizzato, non è necessaria la completa comprensione di tutti i processi che interagiscono nel produrre il deterioramento tipico degli anni che passano. Per creare delle terapie, tutto quello che dobbiamo comprendere a fondo sono i danni stessi causati dall'invecchiamento: le lesioni a livello molecolare e cellulare che compromettono la struttura e la funzione dei tessuti dell'organismo. Una volta realizzata questa semplice verità, mi sono reso conto che siamo di gran lunga più vicini di quanto si potrebbe pensare alle soluzioni concrete necessarie ad affrontare l'invecchiamento come un problema biomedico suscettibile di terapia e guarigione.  

Ho afferrato un blocco note e ho buttato giù le modifiche, molecolari e cellulari, che mi ispiravano più fiducia come importanti obiettivi per la nuova classe di terapie anti-invecchiamento che avrei poi battezzato SENS, (Strategies for Engineered Negligeable Senescence o "Strategie per l'Ingegnerizzazione di una Senescenza Trascurabile"). Ciascuno di questi obiettivi cresce di importanza col passare degli anni e contribuisce al  decadimento patologico dell'organismo tipico della terza età. L'elenco mi pareva davvero esaustivo, ma ora volevo parlarne ai miei colleghi e vedere se si poteva aggiungere qualcosa. Sono sceso dalla mia stanza di corsa, prima dell'ora di colazione, per trascrivere i miei scarabocchi dal blocco note ad una lavagna nella sala delle riunioni. Non vedevo l'ora di presentare la mia nuova sintesi ai miei stimati colleghi, ma ad essere sinceri, mi rendevo già perfettamente conto che questa prima udienza avrebbe causato più che altro sguardi perplessi. Il cambiamento di paradigma era semplicemente troppo.  


Copyright © 2007 by Aubrey de Grey. All rights reserved.  
La versione originale: The Eureka Moment, su Amazon.com  

Continua la lettura di Ending Aging: Verso un futuro senza età.

 

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