Le interviste del SIAI (Singularity Institute for Artificial Intelligence) Come cambierà la società, quando la Singolarità sarà vicina? Quando la gente inizierà ad aspettarsi la Singolarità, il loro comportamento cambierà radicalmente. Gli scienziati parlano di cosa succederà quando otterremo la Singolarità. Io invece voglio spostare l'attenzione a più breve termine e parlare di cosa succederà quando le persone cominceranno ad aspettarsi che succederà. Il che avverrà molto prima, e penso che sarà più semplice convincere le persone a prestarvi attenzione perché non diranno:"Oh, [avverrà] tra 20 o 30 anni" Potrebbero dire: "[Avverrà tra] 15 o 20!" Cosa cambierà quando noi, come società, cominceremo ad aspettarci la Singolarità? Beh, il principale cambiamento sarà il terrore dalla morte. Perché, improvvisamente, morire non significherà perdere 30, 40, 50 anni di vita, ma trilioni di anni. E questo, secondo me, giocherà un ruolo chiave nel cambiare il comportamento delle persone. Poiché siamo spaventati dalla morte, forse ci rivolgeremo alla crionica. Vorremo macchine davvero sicure. Vorremo che il governo ci protegga molto meglio. Potremmo abbassare il limite di velocità a 10 miglia orarie. Perché andare a 65 miglia orarie se pensi che, morendo, perderai trilioni di anni? E se pensi che vivrai a lungo, di tempo per andare a 10 miglia all'ora ne hai! Cosa sta impedendo che il concetto di Singolarità prenda piede? Non penso vi sia pubblico accordo sul fatto che le macchine raggiungeranno mai un livello umano di intelligenza. Molte delle persone che riflettono sul tema pensano che non succederà mai. Ma quando diventerà evidente che succederà, penso che la maggior parte delle persone accetterà che la Singolarità è vicina.Un altro problema è che non è chiaro se siamo riusciti a potenziare l'intelligenza umana. Ci sono farmaci che i miei studenti assumono per migliorare i voti dei test, ma non fanno una differenza sufficiente a produrre un balzo in avanti nell'economia. La mia opinione è che, tra dieci anni, avremo delle "smart drugs" molto migliori, e quelle sì che potenzieranno il PIL. E a quel punto, quando le persone si aspetteranno farmaci sempre migliori, penseranno: "Mio Dio, il futuro sta per cambiare radicalmente." Cosa deve cambiare affinché il pubblico creda ad una futura Singolarità? Penso che un aspetto cruciale sia la convinzione degli "opinion leader" della tecnologia. Se la maggior parte degli scienziati e dei professori universitari lo penseranno, lo diranno ai loro studenti. E a quel punto, secondo me,molti dei loro studenti accetteranno che vi sarà una Singolarità. Quando il pubblico darà credito all'idea di una futura Singolarità? Fra 15/20 anni, secondo me. Come minimo, la maggior parte degli studenti del college penseranno che entro la fine del secolo assisteremo alla Singolarità o alla nostra autodistruzione.La versione originale, sul sito del Singularity Institute for Artificial IntelligenceTraduzione di Michele Gianella. Revisione di Gianluca Finocchiaro.
C'era una volta un drago gigante che tiranneggiava il pianeta. Il drago era più grande della più immensa delle cattedrali, ed era coperto di spesse scaglie nere.
Le interviste del SIAI (Singularity Institute for Artificial Intelligence) Come si può costruire una macchina in grado di interagire con gli umani? Più che una macchina migliore, noi cerchiamo di costruire una creatura artificiale. E per capire come fare, cerchiamo risposte nella scienza. Nella psicologia della sviluppo, prima di tutto, ma anche in ogni altro ramo, come le neuroscienze, l'etologia... così da ottenere idee ed ispirazione su come costruire una macchina che non solo vanti queste proprietà tipiche della vita, ma che possa pensare, prendere decisioni, imparare, e inoltre, per noi in particolare, interagire e rapportarsi agli altri in modo da coordinare il proprio comportamento con il loro. Una della grandi sfide raccolte negli ultimi anni è stata quella di dare alle macchine una «teoria delle altre menti». Ma come? Come puoi costruire macchine che possano comprendere i comportamenti degli altri in termini di stati psicologici? Non parlo solo degli «schemi di attività», di quello che stai facendo, ma di quelle che potrebbero essere le tue intenzioni. I tuoi moventi. Le tue convinzioni. Abbiamo studiato con attenzione le neuroscienze e la psicologia, cercando di capire come le persone riescono a comprendere [gli altri], come si sviluppa questa capacità nei bambini, per poi provare a modellare, emulare il tutto nelle macchine. Uno dei principali argomenti di cui parlerò sarà sulla «prospettiva», sulla teoria delle altre Menti e su come, se ne hai una, puoi... sostanzialmente, molto di come coordiniamo le nostre menti avviene attraverso la coordinazione dei corpi, e viceversa. Ma come modelli tutto questo in una macchina? Sei in grado di dimostrarlo? Penso sia una domanda nuova, per la robotica, perché finora molta della ricerca robotica si è occupata di costruire macchine che interagissero con le cose. Come costruisci robot che possano raccogliere tazze, assemblare strutture e navigare paesaggi marziani? E quando pensi alla società umana... c'è gente dappertutto! È una questione profondamente sociale, e quando pensi a come costruire una macchina che sia in grado di interagire con le persone sorge una serie di questioni completamente nuova perché le persone non sono solo governate dalle leggi della fisica, ma anche dalle proprie menti. Ora queste macchine devono poter comprendere le persone anche in questi termini. E questo sta aprendo tutta una serie di questioni. Può una macchina avere una prospettiva tutta sua?Con prospettiva, si intende genericamente il fatto che per capire qualcuno devi poterti mettere nei suoi panni. Parlo anche di una prospettiva tanto «letterale» come la prospettiva visuale. Se fossi in grado di apprezzare una scena visiva dalla prospettiva di un'altra persona, potresti essere in grado di dedurre ciò che la persona potrebbe ritenere vero di quella scena. Ma se riuscissimo ad andare oltre, se cioè potessi far riconoscere al robot, dalla prospettiva di una persona, le azioni che le persone stanno mettendo in pratica all'interno di un contesto, il robot potrebbe essere in grado, sostanzialmente, di usare sé stesso come simulatore per pensare: «Se fossi io ad eseguire quelle azioni, in quel contesto, quali potrebbero essere i miei scopi?» Quali potrebbero essere le mie ragioni? È questo, più o meno, l'approccio con cui stiamo cercando di dare ai robot almeno una prima approssimazione delle possibili intenzioni, convinzioni, motivazioni di un agente umano. Non state semplicemente programmando le emozioni?Per portare questi robot al punto in cui possano davvero interagire con la gente, e a queste conquiste più psicologiche, una parte del lavoro consiste certamente nel modellare i processi cognitivi. Il che potrebbe essere simile al programmare modelli di calcolo. Ma anche l'apprendimento e lo sviluppo giocano un ruolo profondo. Un altro aspetto del nostro lavoro studia lo sviluppo sociale infantile, e osserva come evolve. Gli umani sono esseri profondamente sociali, ma non siamo nati così. Ci servono molti, molti anni, per sviluppare quella competenza. Competenza che in gran parte maturiamo interagendo socialmente. E anche con i robot osserviamo molto le forme sociali dell'apprendimento, come l'imitazione. E diversi illustri psicologi dello sviluppo ritengono che i bambini imparino a simulare gli altri, a sviluppare questa specie di «teoria delle altre menti» iniziando ad imitarli. Pertanto, se tu, da bambino, vedi altri adulti intorno a te, implicitamente formuli il pensiero: «Loro sono come me. Io sono come loro. Loro possono imitarmi, io posso provare ad imitare loro. E se posso imitarli, allora in qualche modo posso provare ad «entrare nella loro testa», ad «assumere una prospettiva»». Lo studio di queste forme sociali di apprendimento, di come sviluppare nei robot queste forme più sofisticate di intelligenza sociale, è appassionante. Un altro esempio è la «referenza sociale» È una forma di apprendimento che acquisiamo da adulti, ma spunta per la prima volta ad un anno di età. Sostanzialmente, il social referencing è: «Sto incontrando una cosa nuova. Non so se sia buona o cattiva. Non so che farne.» [In questi casi,] spesso, i bambini guardano alla loro madre come a una fonte fidata ed osservano la sua reazione, prima di prendere decisioni. Qualora mamma sembrasse un po' spaventata, allora potrei comprendere che la sua reazione riguarda questa cosa o questo contesto e poi potrei iniziare a condividerne il giudizio per decidere il comportamento da adottare. Questo, naturalmente, è molto importante per i bambini, perché ci sono così tante cose nel mondo che non sappiamo se definire buone o cattive per noi... Potremmo pensare di dotare anche i robot di questa specie di intelligenza. Non sapranno improvvisamente se le cose sono buone o cattive, pericolose o sicure. Potrebbero dover osservare le persone, o magari altri robot, per poter fare una data valutazione. Perciò penso che queste forme di apprendimento sociale, l'apprendere dagli altri, l'apprendere cose sugli altri, sia veramente fondamentale Il comportamento appreso da una macchina può essere copiato e trasferito su un'altra macchina?Se parli di un'entità computazionale, certamente è possibile, una volta che il robot impara qualcosa, cedere la conoscenza, che questo avvenga sparando un raggio con la comunicazione wireless o quant'altro. Ma in qualche modo puoi cedere ad un altro robot o ad un'altra macchina la sua capacità di acquisire quella abilità. Poi, a seconda della macchina, se ha una forma, un sistema sensoriale simile, potrebbe essere necessario usare quella conoscenza come punto di partenza per poi imparare ulteriormente, fare esperienze, esplorare, in modo da affinarla o adattarla a sé. Penso che, all'interno delle entità computazionali, questo sia certamente possibile. Allargando la visuale, però, credo che, oltre ai compiti, ai fatti e così via, vorrei che le macchine conoscessero i valori umani. Cosa consideriamo appropriato, e cosa no. Penso che anche queste informazioni socio-culturalmente contestualizzate siano importanti. La gente, probabilmente, pensa a robot che vanno su Internet e raccolgono tutta quella informazione, ma io sto cercando di progettarli in modo che provino a sperimentare ciò che stanno sperimentando gli altri, a comprendere gli altri in modo più empatico, invece di limitarsi a manipolare astrattamente i simboli. Se stai pensando a macchine intelligenti che cercano di relazionarsi con le persone, se possono empatizzare con noi, ho la sensazione che probabilmente sarà questo a renderli più empatici con noi, piuttosto che, semplicemente, passare attraverso l'astratta manipolazione di simboli per computare il bene o il male. È un'idea interessante, dare alle macchine una conoscenza fondata sull'esperienza. Penso che renderà quella conoscenza «personale», per i robot. Parte di tutto questo processo è motivato dall'apprendimento, ma penso sia un modo valido di comprendere gli altri e vorrei che queste macchine ne fossero dotate. Può un robot essere conscio? Il problema, anche quando si parla di coscienza umana, nasce in gran parte dal fatto che in realtà non sappiamo davvero cosa significhi «conscio». Stabilire se la Macchina X è conscia o meno, ci costringe a pensare a fondo alla domanda: "Cosa intendiamo davvero con questa espressione?" E penso che più ci avvicineremo alla corretta definizione di «conscio», più probabile diventerà lo sviluppo di macchine che siano consce. E puoi continuare a muovere su e giù l'asticella. Se pensiamo a questi primi robot, sono propensa (lo sarei anche con un insetto) ad attribuir loro un abbozzo, un primitivo accenno di ciò che, all'altra estremità, considereremmo una coscienza pienamente sviluppata. Non riesco a credere che sia una cosa binaria, che o ce l'hai o no. È un continuum, secondo me.La sfida di fronte a noi, a mio avviso, consiste in parte nel provare a comprendere cosa sia qual continuum, e nell'approfondire il significato di questi termini. In molte discussioni che ho avuto con la gente, le persone «comuni» non ritengono possibile dare emozioni ad una macchina.Penso che la questione si riduca all'importanza del ciclo di vita. Potrei essere in grado di programmare questo tipo iniziale di risposte emotive, di relazioni, e così via, ma, fondamentalmente, quell'entità deve passare attraverso un ciclo di vita e avere esperienze che le facciano davvero capire cosa sono queste cose. Penso che crescere ed imparare sia per le persone una parte fondamentale dell'avere emozioni genuine, ma trovo che tutto questo sia possibile anche per una macchina. Quanto sono importanti i sensi nel creare una “esperienza macchina"? Beh, per quello che ho sperimentato, i sensi sono per i robot la parte fondamentale dell'esperienza ed è questo a rendere interessante (e complesso) il mio lavoro. Al pari delle altre specie, infatti, i robot possono avere sensi molto differenti da quelli umani. Il che ci riporta al problema di prima. Dobbiamo comprendere o approfondire le nostre conoscenze sulle emozioni o sulla coscienza prima di provare a trasferirle in un cane o in un altra specie, e di decidere se una macchina possa mai essere conscia. Penso che i robot, soprattutto i robot, avranno una vasta gamma di incorporamenti, una vasta gamma di abilità, e penso che lo scopo della robotica non sia cercare di replicare gli umani, perché di persone ce ne sono già abbastanza. Sappiamo già come creare la gente. Quello che vogliamo sono le tecnologie che ci complementino. Sarà più una partnership, una sinergia, che una replica. Penso che i robot saranno sempre differenti dalle persone; non sono "umani" e non lo saranno mai. E penso che assumere le qualità umane come termine di paragone significhi semplicemente porsi la domanda sbagliata. Si tratta più di provare a capire cosa significherebbero queste cose quando applicate ad una macchina e provare a costruire macchine in un modo che possano relazionarsi con noi. Può l'AI essere creata in un mondo simulato, oppure la percezione dei sensi è necessaria all'intelligenza? Prima di tutto, devo capire che cosa intenderebbe la gente, in quel contesto, per "intelligenza generale artificiale" perché probabilmente potresti sviluppare un mondo simulato molto interessante, quegli agenti potrebbero acquisire, all'interno di quel mondo, un'ampia varietà di quello che giudicheremmo un comportamento intelligente, cognitivo. Ma non mi spingo così lontano da dire che quell'intelligenza potrebbe poi trasferirsi in questo mondo. Ed il mio lavoro si occupa fondamentalmente della gente e di questo mondo fisico. Penso che la natura dell'incorporamento e l'importanza del robot fisico siano questioni cruciali nello sviluppo di macchine che comprendano questo mondo e la varietà delle persone. I mondi simulati non offrono la pienezza delle esperienze e del comportamento umani. Siamo limitati dalle interfacce, da tutto quel tipo di cose. Penso che la questione sia: "Cosa intendi per intelligenza generale?» Se anche sei disponibile a garantire di poter realizzare un'intelligenza generale artificialmente, questa non si trasferisce necessariamente a questo mondo.Cosa ti affascina nella robotica? L’aspetto esaltante della robotica, in particolare della robotica sociale, è che stiamo veramente iniziando a creare macchine che possono relazionarsi con noi e comprendere il nostro comportamento, non solo in termini delle nostre azioni osservabili, ma in termini dei nostri pensieri, delle nostre convinzioni ed intenti. E penso che questo "nocciolo" di intelligenza sociale, queste prime macchine con una teoria delle altre menti, sia fondamentale nell'intelligenza sociale umana, necessario a comunicare e ad imparare l'un l'altro. Questi progressi stanno perciò sollevando questioni tutte nuove e fornendo alle macchine nuove capacità di fare cose ed interagire con noi in futuro. Osservando in filigrana queste questioni, questi «apprendimenti sociali» e così via, penso che a spingere il progresso, alla fin fine, sia stata la domanda: "le macchine possono pensare?". Oggi, la nuova domanda, sulla quale penso ci stiamo ancora arrovellando, è: "Possono le macchine avere emozioni?"Inoltre stiamo iniziando a concentrarci sull'aspetto relazionale, e penso quindi che la prossima grande domanda sarà: «Quando una macchina diventerà una persona? Quando accetteremo di attribuire uno status di "persona" ad un'entità non biologicamente umana?» Secondo me, la prossima sfida del nostro lavoro è lì. Traduzione di Michele Gianella. Revisione di Gianluca Finocchiaro.Il sito di Cynthia BreazealImmagine: Dr. Cynthia Breazeal in versione cyborg (dal suo sito)
E' noto che, nel 1869, Friedrich Miescher isolò per la prima volta un acido che era presente solo nel nucleo
La relazione è semplice: quando la popolazione umana si attesta su determinati valori, emergono nuove capacità, strutture, comportamenti. Tale dinamica è riscontrabile in numerosi altri casi in natura, per fare
Noi tutti conosciamo bene l'efficace formula "Complesso di Frankenstein", che
E' fortemente probabile che le capacità intellettuali della mente umana crescano sempre di più grazie all'ausilio di tecnologie mediche, informatiche o di altro genere ancora sconosciuto. E' probabile che si
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Sulla scia della filosofia della mente un nuovo soggetto filosofico è nato e cresciuto nell’area anglo-americana. Un soggetto che comincia ad affacciarsi adesso anche nell’Europa continentale. Si tratta della filosofia dell’immortalità, anzi, con maggior precisione, delle filosofie dell’immortalità,
Qual'è lo scopo della scienza? Indagare e svelare le leggi che regolano l'universo. E lo scopo della tecnologia? Utilizzare le conoscenze scientifiche per creare oggetti o tecniche o software che
Le interviste del SIAI (Singularity Institute for Artificial
Le interviste del SIAI (Singularity Institute for Artificial Intelligence) La gente ha detto per 50 anni che l’AI era dietro l’angolo. Perché finora abbiamo fallito?Quando la ricerca AI è nata, negli anni ’60, c’era una certa euforia. Dicevano, "Abbiamo questo nuovo strumento, i computer. Probabilmente risolveremo questo problema molto in fretta." Poi scoprimmo, col passare del tempo, che le cose erano più difficili del previsto. Pensavamo che il pensiero fosse solo una questione di logica, saper seguire le regole A, B, fino a C, e poi abbiamo scoperto che il pensiero è più di questo. È analogico, è gestire le incertezze, il fatto che là fuori, nel mondo, c’è molto di più. Capire tutto questo, e farci i conti, è più dura di quanto pensassimo. Cos’è l’Intelligenza Artificiale?Quando scrissi il mio manuale, dovevo definire cosa fosse l’AI. Una delle cose che volevo evitare erano tutti quei dibattiti filosofici. La questione della realizzabilità stessa dell’AI, cos’è il pensiero, cos’è l’intelligenza, cos’è la coscienza? In alcune definizioni entrano in gioco tutte queste domande. Ma ho cercato di delimitare il campo dicendo che l’AI consisteva nel costruire il miglior programma possibile. Ti si assegna un compito da fare, un qualche robot o un qualche computer con cui farlo, e poi ci sono tanti possibili programmi. Per farla semplice, ci sono n o 2 alla n programmi possibili, e l’AI consiste nel trovare il programma migliore. O almeno trovarne uno molto buono. Ci stiamo dirigendo verso una Singolarità?Penso sia una questione interessante. Vi consiglio, al riguardo, di tornare alle storie di Vernor Vinge, e alle idee di I.J.Good. È una questione interessante da discutere, e penso che come scienziati sia nostra responsabilità considerare questo tipo di idee. Dovremmo sempre chiederci: “Ciò su cui stiamo lavorando sarà una forza positiva o negativa? Quali saranno gli effetti sulla società?” E questa è una delle possibilità, perciò ci dobbiamo pensare. Arriverà? Se sì, cosa succederà e come ci prepareremo? La Singolarità è vicina?Beh, ci ho riflettuto e non la vedo ancora. È come prendere un sismografo e dire: “C’è un terremoto?” Ancora non ci sono segnali, per quel che vedo. D’altro canto, a volte i terremoti avvengono all’improvviso. Sai quando la Singolarità si presenterà?Il problema secondo me è tutto lì. Non puoi prevederlo. Mi sono chiesto se qualche segno suggerisca il suo arrivo. E no, i segni non ci sono. Quindi non posso prevederlo. Dobbiamo solo aspettare e vedere. Sei d’accordo con le previsioni di Kurzweil sulla Singolarità?Ray è un grande, e apprezzo tutto ciò che ha fatto. Apprezzo tutti i suoi progressi nell’AI che ha fatto nella musica e nella lettura. È un grande esperto di tecnologia. Penso faccia il meglio che può nel dire: “Voglio fare questa previsione. Guarderò i dati disponibili, e ne estrapolerò una risposta da questi dati”. È solo, secondo me, che i dati non esauriscono il problema. Osservando la legge di Moore, noti che sì, i computer progrediscono a quel particolare tasso. Ma non credo si dedurre che quando avremo superato un certo numero di transistor, allora questo corrisponderà ad un certo numero di neuroni, e quindi i due sono equivalenti. Lì, a mio avviso, l’analogia si rompe. Cosa potrebbe indicarci che la Singolarità è imminente?Si può affrontare la questione in due modi. Dal punto di vista teorico, siamo quasi pronti a costruire qualcosa che pensiamo possa fare l’intero lavoro? Penso che, al momento, non siamo ancora pronti. Non c’è consenso su come si costruisca una macchina che si automigliori all’infinito. E da un punto di vista pratico, cos’è che le macchine sono in grado di fare ora, e quanto in fretta stanno progredendo? Senz’altro abbiamo assistito a molti progressi. Abbiamo visto le macchine fare sempre e sempre più cose. Ma la Singolarità non sembra alle porte. Vedi la crescita tecnologica esponenziale o bi-esponenziale al lavoro, in Google?Dipende dalle applicazioni. In molti settori vediamo piuttosto una crescita lineare. Un buon esempio è la traduzione automatica, dal Cinese all’Inglese. Abbiamo adottato un approccio del tipo, “più sai sul linguaggio, meglio fai”. Raccogliamo sempre più esempi di linguaggio, li diamo in pasto ai nostri algoritmi di apprendimento, e man mano che aggiungi esempi di linguaggio, la performance migliora linearmente. Non ci aspettiamo davvero che sia esponenziale. Semmai, ci aspettiamo che ad un certo punto si stabilizzi, ma non siamo ancora arrivati a quel punto. Continuiamo a metterci dentro dati e quello migliora. In altri settori serve una certa soglia di dati prima di vedere dei risultati. Forse un buon esempio è Google nel suo insieme. Quando il Web era agli inizi, un motore di ricerca non era così performante. Ma ora che ci sono decine di miliardi di pagine, ottieni risultati per quasi ogni ricerca che fai. È solo grazie ai dati disponibili, dunque, che raggiunge questa soglia di utilità, e noi, "sopra" questa massa di dati, cerchiamo di farlo funzionare sempre meglio. Google e l’AI sono spesso citati nella stessa frase. Cosa fa Google che gli altri motori di ricerca non fanno?Siamo i primi per numero di utenti. E secondo, siamo più concentrati sulla tecnologia. Yahoo! sembra concentrarsi su un pacchetto completo per l’utente. Sono un’azienda di contenuti, di intrattenimento, e tecnologica. Noi sembriamo molto più concentrati sulla tecnologia. Penso che la gente lo noti e dica: “Se qualcosa avverrà, avverrà da questa gente, che è così concentrata sulla tecnologia”. In che modo i progressi nell’AI si riflettono nelle attività di Google?L’AI è molto presente in Google nel senso che abbiamo dati ovunque. Ci sono di gran lunga troppi dati perché un programmatore umano possa gestirli. Quindi siamo stati costretti a ricorrere ad algoritmi di apprendimento automatico per quasi tutto ciò che facciamo. Da questo punto di vista, quindi, siamo una delle compagnie più orientate all’AI che io conosca. Ma non abbiamo prodotto “intelligenza generale”. Non abbiamo cercato di dire: “siamo qui per dare tutte le risposte al posto tuo. Non ti serve nemmeno fare ricerche su Google, troveremo ciò che ti serve e andremo al negozio e lo compreremo per te piuttosto che darti informazioni su di lui”. Non stiamo cercando di fare una cosa simile. Stiamo solo cercando di fare meglio il nostro lavoro, che è quello di connettere te e l’informazione. Possiamo costruire un’intelligenza superumana?Senz’altro. Lo abbiamo già fatto in molti modi. Il mio piccolo computer contiene un’intelligenza superumana. Fa le radici quadrate molto più in fretta di me. Google ha intelligenza superiore nel senso che conosce più pagine Web e le trova più in fretta di quanto qualunque essere umano possa fare. Non le capisce nel senso in cui le capisce un umano, quindi le sue capacità sono molto limitate. La sua intelligenza è superumana in alcune direzioni e subumana in altre. Magari un giorno avremo un’intelligenza superumana più generale. Fino a quel giorno, [però,] la cosa interessante è connettere i due mondi. Cosa possiamo ottenere dalla connessione tra le persone e questi strumenti di superintelligenza ristretta per migliorare queste connessioni? La tua opinione sul Singularity Summit?Penso sia affascinante pensare alle possibilità per il futuro. Penso sia una nostra responsabilità pensarci. Se ci saranno possibili conseguenze negative, ci si deve preparare. Se fosse possibile anticiparne le conseguenze positive, è nostro dovere provare a realizzarla per rendere il mondo un posto migliore. A prescindere da quanto ritieni la Singolarità probabile, o lontana nel tempo, devi cominciare a pensarci ora. E l’altra ragione per cui sono qui è che qui ci sono alcuni miei amici con cui volevo parlare. Pensatori che non avevo ancora incontrato e che volevo incontrare. Insomma, sembra essere un gran posto dove trovarsi. Google anticipa le tecnologie future?Certamente vogliamo pianificare il progresso tecnologico. Vogliamo addirittura prepararci a ciò che non conosciamo. Vuoi poter dire di trovarti in una posizione, ad un certo momento del futuro, in cui puoi avvantaggiarti di queste opportunità. Non penso che tu possa dire che le risposte verranno sempre fuori. Se dico che in sei anni saprò qualcosa, forse in sei anni la saprò, forse no. Forse in sei anniscoprirai che non c’è risposta alla domanda. È impossibile. Ci sono limiti al possibile, e alcuni progressi dell’informatica hanno trovato questi limiti. Nella matematica, risalendo a Gödel che dimostra che ci sono verità matematiche indimostrabili, e che ci sono limiti a quello che la matematica può fare. Nell'informatica, dimostrando che ci sono problemi esponenzialmente difficili, che rimangono impossibili anche con questa crescita esponenziale. A questo punto, la domanda è: ”Dov’è l’intelligenza generale? È sopra o sotto la linea dei problemi risolvibili?” Non penso che ancora lo sappiamo. Perché sostenere il SIAI? Perché è un problema affascinante, che coinvolge tutti nel mondo. Potrebbe cambiare le nostre vite. Penso che vogliamo tutti informarci. Vogliamo essere in grado di partecipare ed avere la migliore opportunità possibile per uno sviluppo positivo. L’AI benevola è possibile?Penso che l’idea dell’AI amichevole sia molto interessante. A Google non stiamo facendo niente di specifico a riguardo, ma nel mio lavoro precedente, alla NASA, lavoravamo sui test dei programmi e sulle loro proprietà. Alla NASA è molto importante che il software non vada in crash perché se va in crash, la navicella si distrugge, e c’è gente a bordo che muore. Insomma, succedono cose brutte. Una delle cose che si vuole poter fare è verificare la correttezza del software. In parte questo avviene attraverso il testing tradizionale, un approccio tipo “garanzia di qualità”, e in parte attraverso prove matematiche del programma. Prove di correttezza o prove delle proprietà. Potevi verificare se, ad esempio, il programma non andava in uno stato di “blocco”. È una buona cosa poterlo sapere. Ora, se puoi decidere cosa significa “benevola”, allora hai una possibilità di usare la stessa tecnologia per dire: “Posso dimostrare che questo programma non sarà mai ostile”. Solo che è molto più semplice definire lo stato di “blocco” che definire lo stato di “benevolenza”. A cosa somiglia, secondo te, una società post-Singularità?Non puoi saperlo, per definizione. Ma se allarghi la nozione di Singolarità fino ad includere la ”Intelligenza Generale Avanzata”, mi piace la descrizione di Barney Pell. È quando un computer potrà fare la maggior parte di ciò che fa oggi un diplomato. Come cambia il mondo una cosa simile? Tanto per cominciare, rende il mondo un posto molto più ricco. Cambia ciò che ciascuno di noi è in grado di fare, perché così siamo liberati da molto del lavoro che prima eravamo costretti a fare. Vi segnalo la biografia di Freeman Dyson, diceva una cosa molto interessante. Le donne della classe media dei suoi tempi erano molto più femministe delle donne di classe media di oggi, e il motivo è che avevano tutte quelle assistenti che stavano a casa e cucinavano, pulivano casa e si prendevano cura dei bambini. Così, erano libere di uscire ed occuparsi del movimento delle suffragette o qualunque altra cosa. Mentre la classe media, oggi, non ha badanti, spesso entrambi i genitori lavorano e così c’è molto meno tempo libero. Dopo la Singolarità nel senso di Pell, torneremo a quel tipo di vita in cui non solo la classe media ma sostanzialmente tutti avranno degli assistenti che si prendono carico delle incombenze da svolgere. Il che, improvvisamente, regalerà molto tempo libero. E la questione diventerà: ”Che farne?” La Singolarità sarà una forza democratica?Non so se spingerà verso la democrazia o piuttosto verso l’uguaglianza. Certamente solleverà tutte le barche. Tutti miglioreranno il proprio standard di vita, avranno più tempo libero, e così via. Ma penso che le persone in cima alla scala economica prenderanno una fetta più ampia delle risorse, e così il divario tra le classi crescerà, anche se in termini assoluti le fasce deboli avranno molto di più. Le tecnologie future ti causano qualche preoccupazione?Sì, certo. Penso che ci siano molte cose di cui preoccuparsi, e non penso che la cosa sia nata con l’AI, le biotecnologie o le nanotecnologie. In realtà stiamo affrontiamo la questione già da molti anni. Sono cresciuto con la paura della guerra nucleare, cercando di protestare e migliorare un poco la situazione. Sembra che siamo usciti da quella crisi, sebbene vi siano ancora possibilità di qualche problema. Ci sono state ogni sorta di possibili minacce. Per cinquant’anni si è corso il rischio che studenti di chimica del liceo creassero una carica di botulino e la versassero in un acquedotto, uccidendo migliaia di persone, ma nessuno ha ancora deciso di farlo. Non sono sicuro di sapere perché. Non sono sicuro se ci siano o meno vincoli che continuano a funzionare. So in compenso che gruppi sempre più piccoli di persone potranno fare danni sempre più grandi. Non so quanto questi vincoli etici, o altri tipi di vincoli, impediranno che i danni avvengano. Supponendo che l’AI forte sia probabile, ti aspetti un decollo”morbido” o “duro”?Penso di condividere lo scenario “morbido” per le ragioni che hai citato. Inoltre, se guardi alla curva di Ray Kurzweil, crescita esponenziale significa la stessa variazione percentuale all’anno. Continuiamo a tenerla d’occhio, quindi. A Google, siamo molto contenti dei vostri risultati e siamo felici di poterveli fornire. Vista dalla nostra parte, è un po’ come fare salsicce. Ci preoccupiamo più dei cattivi risultati che di quelli buoni. Voi fate una ricerca, e su dieci risultati restituiti sei sono pertinenti. Siete contenti. [Ma] noi diciamo: ”Maledizione, ci sono 4 risultati cattivi, dobbiamo proprio sistemare questa cosa”. E così continuiamo a lavorarci. Continueremo a migliorare. Vi daremo risultati migliori, e modi migliori di interagire con noi. Sappiamo che ci sono molte cose che vorreste poter fare ma non ci riuscite. Per esempio, se non conosci alcuna parola pertinente, cosa fai? [Ora come ora], è un problema tuo. Perciò devi indietreggiare e dire:"Sto tenendo d’occhio alcuni problemi medici, non conosco i termini medici specifici, ma ne so abbastanza per ottenere un documento che li contiene, poi lo leggo, torno indietro e faccio la ricerca vera e propria." Ecco, noi vogliamo rendere più veloce questo processo. Vogliamo portarti alla giusta risposta anche se non conosci le parole giuste con cui iniziare. Nel frattempo, vogliamo rendere l’interazione più rapida, vogliamo correggerti coi documenti giusti o connetterti con la persona giusta. Pensiamo di poter continuamente migliorare questo processo e rendervi sempre più soddisfatti. Non vedo un decollo “duro”, ma vi vedo in grado di fare sempre più cose. Cosa pensi della produzione molecolare e della bio-ingegneria?Mi affascinano. Cerco di aggiornarmi a riguardo, anche se mi mancano molti strumenti. Penso che ci sia un legame, perché collegano il mondo fisico e il mondo dell’informazione. Penso sia probabile che in questo secolo una larga parte della manifattura sarà fatta con cellule o atomi. Più con cellule, direi, perché sono più grosse, più agevoli da manipolare. Sono già dotate di un computer da tre gigabyte. Dobbiamo solo capire come programmarlo. Traduzione italiana di Michele Gianella. Trascrizione originale, su Future Current: Creating Tools of Narrow Superintelligence. Ci scusiamo di ogni eventuale errore di traduzione, e vi invitiamo a segnalarcelo.Il video originale dell'intervista è disponibild sul sito del Singularity Institute.Immagine: I got a small slap, how do I rebound? (Volacci)
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DNA: il nuovo custode dell’informazione digitale, di Andrea TasselliE' noto che, nel 1869, Friedrich Miescher isolò per la prima volta un acido che era presente solo nel nucleo delle cellule, che chiamò acido nucleico. Circa un secolo dopo, nel 1953, gli scienziati Watson e Crick scoprirono che la strutt... |
L'evoluzione umana in un'ottica emergentista: un'ipotesiLa relazione è semplice: quando la popolazione umana si attesta su determinati valori, emergono nuove capacità, strutture, comportamenti. Tale dinamica è riscontrabile in numerosi altri casi in natura, per fare un esempio lampante e noto... |
Tecnottimismo, tecnopessimismo, il guerriero che creò l'aikido e le isole di demoni. Di S.D.Noi tutti conosciamo bene l'efficace formula "Complesso di Frankenstein", che ha il potere di sintetizzare ed esprimere con forza, l'irrazionale sfiducia dell'uomo (non tutti, per fortuna) nelle novità che la ricerca tecnico-scientifica pr... |

Estropico è fra i fondatori del Network dei Transumanisti Italiani. Prevediamo che il progresso tecnoscientifico ci permetterà, nei prossimi decenni, di rivoluzionare la condizione umana. Biotecnologie e genetica, nanotecnologie e robotica, intelligenza artificiale e scienze cognitive, ci libereranno dai limiti imposti dalle aspettative di vita limitate e da molti dei vincoli fisici e psicologici ai quali siamo da sempre legati. Queste stesse tecnologie portano con se' anche enormi rischi, ma non pensiamo che ciò ne giustifichi l'abbandono. La strategia migliore verso la postumanità è, secondo noi, quella di proseguire con cautela nello sviluppo delle tecnologie emergenti e di lasciare all'individuo la scelta di come, quando e se, modificare il proprio corpo e la propria mente.
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